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Carige: nella conta tra Malacalza e Mincione faro sulle quote di Sga,…

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battaglia in vista dell’assemblea

Carige: nella conta tra Malacalza e Mincione faro sulle quote di Sga, Intesa e Generali

Piaccia o no, Carige è una banca vigilata dalla Bce. E la dura lettera inviata al board dell’istituto ligure, temporaneamente presieduto ad interim dal vicepresidente Vittorio Malacalza, dimostra che la Vigilanza europea sta perdendo la pazienza. Con tutti i rischi che ne conseguono per un istituto che, dopo il cambio di tre amministratori delegati in pochi anni, stava tentando un difficile turnaround di rilancio senza aiuti pubblici. Tra le tante richieste perentorie di Bce che ieri hanno fatto perdere quota al titolo Carige in Borsa, quella a cui il mercato guarda con più interesse è la richiesta di un’assemblea dei soci entro settembre per la nomina del nuovo presidente, dopo le polemiche dimissioni di Giuseppe Tesauro. Un’assemblea che potrebbe rappresentare l’ultimo appuntamento utile per Carige per rimettersi in carreggiata.

Con ogni probabilità, infatti, l’assemblea non sarà chiamata a nominare il nuovo presidente ma l’intero consiglio di amministrazione. Il board del 3 agosto, che esaminerà i conti semestrali, dovrà valutare la richiesta di revoca del cda presentata da The Capital Investment Truest (5,428% secondo il sito della banca) che fa capo al finanziere Raffaele Mincione. Richiesta che potrebbe essere superata se, come risulta possibile da fonti finanziarie, l’intero cda si presenterà dimissionario già il 3 agosto, convocando presumibilmente per il 20 settembre l’assemblea dei soci per il rinnovo dell’intero board.

Due gli schieramenti in campo che, a meno di accordi in extremis al momento imprevedibili, si contenderanno la maggioranza dei nuovi amministratori. Da una parte, la Malacalza Investimenti che attualmente detiene poco più del 20%. In gennaio, dopo la conclusione dell’aumento di capitale di Carige, la finanziaria della famiglia ligure aveva comunicato al mercato di avere ottenuto da Bce la facoltà di incrementare ulteriormente la propria quota «entro sei mesi». Arrivati al 30 giugno, nessuna variazione della quota è stata comunicata al mercato. È possibile che i Malacalza, sempre che davvero vogliano investire altre decine di milioni in Carige, possano rinnovare la richiesta a Bce. Ma per ora la loro quota da far pesare in assemblea non supera il 21%.

Sul fronte contrapposto ai Malacalza si pone il trust di Mincione che, dal 5,4% attuale, può salire fino al 9,9% senza bisogno di autorizzazioni di Vigilanza (necessarie invece per oltrepassare il 10% e proiettarsi sotto al 20%). Ipotizzando che la sua quota non vada oltre il 10%, il «pareggio» con Malacalza potrebbe essere raggiunto se la Compania Financiera Lonestar dell’imprenditore Gabriele Volpi (9,087%) decidesse di votare per la lista Mincione. Convergenza tutta da realizzare, anche se sul mercato da tempo si dà per scontato che la battaglia azionaria per Carige parta proprio da un conteggio iniziale di 20 a 20 tra i due schieramenti.

Come andrà a finire? Al momento la partita è in mano agli investitori istituzionali che i due schieramenti dimostreranno di sapranno far convergere sui propri piani di sviluppo e sul progetto di aggregazione suggerito da Bce. Da tempo, dalla city di Londra si rincorrono voci di uno o due fondi che sarebbero pronti a sostenere Mincione. Ma per ora nessuna comunicazione ufficiale è arrivata alla Consob. Gli stessi Malacalza, se decideranno di non aumentare la propria quota diretta, potranno tentare di cercare qualche alleato istituzionale.

Decisive, in questa fase preliminare della conta, potrebbero essere le quote detenute da Sga (5,397%), Intesa Sanpaolo (superiore al 3%) e Generali (inferiore al 3%). Con una quota complessiva intorno all’11 del capitale di Carige, i tre soggetti rischiano di essere coinvolti - loro malgrado - in una contesa da cui cercheranno di star fuori in ogni modo. Si vedrà se non partecipando al voto o, valutazioni di mercato permettendo, cedendo le quote prima dell’assemblea del 20 settembre. Sga è la società per la gestione di crediti che fa capo al Ministero dell’Economia. Entrata in Carige a dicembre per consentire il buon esito dell’aumento di capitale ed evitare la resolutionn dell’istituto ligure, Sga assumerà un profilo istituzionale nella contesa ed è assai probabile che si asterrà dal voto. Anche Intesa e Generali sono entrate nel capitale di Carige nella stessa fase del salvataggio, partecipando - dopo ampia moral suasion della Vigilanza e delle istituzioni - alla conversione dei bond subordinati in azioni dell’istituto ligure. Per ora hanno mantenuto le proprie quote in portafoglio, si vedrà nelle prossime settimane se le conserveranno o le cederanno sul mercato come ha fatto pochi mesi fa Unipol - anch’essa coinvolta nella conversione dei bond in azioni - che si è liberata dei titoli poco dopo l’aumento di capitale.

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