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Strage di Bologna, Fraccaro: «Atti trasparenti ed accessibili»

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2 AGOSTO 1980, ORE 10:25

Strage di Bologna, Fraccaro: «Atti trasparenti ed accessibili»

Davanti allo squarcio della stazione, Bologna arriva col 37. Idealmente a bordo dell'autobus che quel 2 agosto di 38 anni fa trasportava solo morti. E che oggi - in testa al corteo - diventa uno dei simboli della richiesta di giustizia. Davanti allo squarcio, dove alle 10.25 del 2 agosto 1980 una bomba fece saltare in aria la sala d'attesa, piena di famiglie pronte a partire per le vacanze, Bologna rinnova la domanda di verità. Ma con più fiducia stavolta rispetto al passato. Visto l'ultimo processo che si sta celebrando a carico dell'ex Nar, Gilberto Cavallini; davanti alla nuova inchiesta sui mandanti e soprattutto davanti al rinnovato impegno del Governo di completare la desecretazione degli atti. «C'è un obbligo morale, prima ancora che politico: giungere ad una verità certa, libera da zone grigie e sospetti», scandisce Alfonso Bonafede, primo Guardasigilli a partecipare alle cerimonie del 2 agosto.

Già alla vigilia, rispondendo al question time, il titolare dei rapporti col Parlamento, Roberto Fraccaro, aveva anticipato l'intenzione di rendere «trasparente e accessibile» tutta la documentazione non più coperta da segreto e già riversata, ma giudicata «frammentaria, disorganica e incompleta» dal Comitato per la declassificazione degli atti e il loro riversamento agli Archivi di Stato, costituito nel 2016. 1.822 le unità archivistiche già acquisite, con 77 versamenti, tutti di materiale declassificato. E una richiesta di accesso agli atti arriva anche dalla difesa dell'ex Nar, Cavallini ora a processo, che sollecita la possibilità di consultare il materiale acquisito dall'ultima Commissione parlamentare Moro, «non più coperto da segreto di Stato, ma tutt'ora classificato come segreto e segretissimo», scrivono gli avvocati Alessandro Pellegrini e Gabriele Bordoni, che segnalano in particolar modo la documentazione dell'Ambasciata italiana a Beirut negli anni 1979-80 e «dei nostri servizi di informazione riguardanti le minacce di attentati contro l'Italia per la violazione del cosiddetto Lodo Moro», scrivono.

Tra questi, anche gli atti sulla scomparsa in Libano dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni, nel settembre di quello stesso tragico 1980. Tutta documentazione che dal 28 agosto 2014 ufficialmente non sarebbe più coperta da segreto di Stato.

«Attendiamo un segnale concreto di cambiamento», frena il presidente dell'Associazione familiari delle vittime del 2 Agosto, Paolo Bolognesi, stanco di sentire dai vari rappresentanti dei Governi «promesse non mantenute». «Uno Stato che non cerca la verità fino in fondo non si puà dire Stato», rincara il presidente della Camera, Roberto Fico.

Sotto le Due Torri, nelle scorse settimane sono tornati per deporre nell' aula del Tribunale anche Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, ex terroristi neri condannati in via definitiva, insieme a Luigi Ciavardini, quali esecutori della strage alla stazione, ma da anni liberi cittadini. E oltre al dibattimento a carico del quarto militante Nar, Gilberto Cavallini, a due passi da piazza Maggiore sta muovendo i primi passi anche la delicatissima inchiesta sui presunti mandanti dell'eccidio, dopo la rogatoria in Svizzera sui conti dell'ex maestro venerabile della P2, Licio Gelli, già condannato per calunnia nel processo d'appello bis sui depistaggi nelle inchieste sulla strage. Secondo indiscrezioni di stampa, la Procura generale avrebbe iscritto i primi nomi nel registro degli indagati.
Tessere, per avvicinarsi ad una verità che Bologna chiede da 38 anni. Da quella mattina del 2 agosto 1980, quando esplosivo nascosto in una valigia fece saltare in aria la sala d'attesa, con le vite di 85 passeggeri, pronti a partire per le vacanze. Da allora, Bologna – e l'Italia intera - non dimentica.

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