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Migranti, continua sotto traccia la partita per le nuove regole di Dublino

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PROSSIMO ROUND: CONSIGLIO UE DI OTTOBRE

Migranti, continua sotto traccia la partita per le nuove regole di Dublino

Il prossimo round per riformare il Regolamento di Dublino sul diritto d’asilo sarà il prossimo Consiglio europeo, il 18 ottobre (Fotogramma)
Il prossimo round per riformare il Regolamento di Dublino sul diritto d’asilo sarà il prossimo Consiglio europeo, il 18 ottobre (Fotogramma)

La partita per la riforma del Regolamento di Dublino III, dopo lo stop alla proposta della presidenza di turno bulgara e il sostanziale nulla di fatto al Consiglio europeo di fine giugno, continua sottotraccia. Il prossimo round è atteso per il prossimo Consiglio europeo, il 18 ottobre. La strada appare, anche in questo caso, in salità: la modifica del sistema attuale dovrà essere all’unanimità. Condizione che, considerata la costante opposizione dei paesi dell’Europa orientale, appare alquanto difficile da realizzare.

Riforma impantanata? Nuovo round a ottobre
Le diplomazie sono comunque al lavoro per ridurre le distanze. Il Regolamento di Dublino III, allo stato attuale, stabilisce che il paese di primo approdo è quello competente a esaminare la domanda di protezione internazionale presentata da un migrante. Intanto l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha sottolineato che a vivere l’emergenza migranti è ora la Spagna.

Conte: il regolamento di Dublino va superato
L’Italia, in quanto paese di primo approdo (e quindi in prima linea nella gestione dei flussi migratori), segue la partita con interesse. «Siamo tutti consapevoli che dobbiamo modificare il regolamento di Dublino, è superato - ha sottolineato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte -. È assolutamente inadeguato. Il fenomeno dei flussi migratori non può essere emergenziale. Ma va gestito in modo strutturale».

La proposta della Commissione Ue respinta al mittente dall’Italia
L’ultima a subire uno stop è stata la Commissione europea. A fine luglio ha avanzato una proposta che, partendo dalle conclusioni del Consiglio europeo del 28 giugno, si è scontrata con il no dell’Italia. L’idea di Bruxelles era quella destinare 6mila euro a migrante ai paesi membri dell’Unione europea che avessero accettato di accogliere i migranti. I fondi sarebbero stati attinti dal bilancio comunitario. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha chiuso la porta: l’Italia «non ha bisogno di elemosina», ha affermato.

I centri controllati nell’Ue che nessuno Stato europeo vuole
Tra le misure annunciate dalla Commissione Europea anche la creazione di centri “controllati” nell’Ue. Sono proprio quei centri che il 29 giugno tutti i leader europeo hanno detto di non voler ospitare, e che avrebbero l’obiettivo di velocizzare le procedure per distinguere chi ha bisogno di protezione internazionale, ed è quindi titolato a richiedere asilo, e chi invece non ne ha, ed è un migrante economico.

La ripartizione obbligatoria caduta sul campo del Consiglio di giugno
Al Consiglio europeo del 28 giugno l’ipotesi di adottare un meccanismo obbligatorio di ripartizione dei migranti tra gli stati membri dell’Unione è stata riposta nel cassetto. Determinante è stata l’opposizione del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), spalleggiati dall’Austria, da luglio presidente di turno del Consiglio della Ue. Le conclusioni del vertice europeo si sono limitate a prevedere un sistema di ricollocamento basato sulla buona volontà del singolo paese membro, quindi un sistema destinato con ogni probabilità a rimanere sulla carta.

La proposta bulgara cade anche per lo stop dell’Italia
Prima ancora del compromesso soft uscito dal vertice europeo, a incappare contro la levata di scudi dei paesi di Visegrad e di quelli del Mediterraneo, tra cui l’Italia, è stata la proposta di riforma avanzata dalla Bulgaria, nell’ultimo periodo del suo semestre di presidenza. La proposta bulgara, stoppata ai primi di giugno in occasione della riunione a Lussemburgo dei ministri degli Interni dei 28, identificava una “quota sostenibile” di migranti per ciascun Paese. Tale quota era determinata in base ad alcuni parametri come popolazione e del prodotto interno lordo. Era prevista una prima fase di ricollocamento volontario tra il 120 e il 140% di questa quota, con un sostegno finanziario per lo Stato in difficoltà. Nel caso in cui si fosse andati oltre il 140 per cento, sarebbe stato adottato un sistema di quote con adesione volontaria dei paesi membri. Infine, nel caso in cui si fosse superata la soglia critica del 160 per cento sarebbe scattato il ricollocamento obbligatorio (che comunque avrebbe dovuto avere il via libera del consiglio).

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