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Genova, sfollati: dopo la paura della morte ora l’incubo di aver…

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molte case non potranno essere salvate

Genova, sfollati: dopo la paura della morte ora l’incubo di aver perso tutto

Come dopo un terremoto. In fila davanti a transenne chiuse e tende improvvisate, una piccola folla di residenti aspetta di poter entrare in casa. Passa prima di tutto chi deve recuperare medicine o chi nella fuga ha lasciato cani e gatti. Come Pepe, 16 anni, che esce nella gabietta con la padrona. In via Fillak e in via Porro, in questa successione di palazzine che da cinquant'anni vivono con la paura del ponte sulla testa , ora il timore peggiore è di non poter più fare rientro in casa. Perché «difficilmente – anticipa il sindaco di Genova, Michele Bucci – potranno essere salvate».

Al di là delle transenne, funzionari della protezione civile gridano strada e numero civico e gruppi di sfollati si avvicinano, per essere accompagnati per qualche minuto in casa. Le operazioni si ripetono così a lungo, sotto al sole, con un'esasperazione crescente, che a volte diventa contestazione. Undici i palazzi fatti evacuare subito, per il timore di nuovi crolli. 400 almeno gli sfollati, a cui molto probabilmente andrà trovata una sistemazione a lungo periodo. Perché ora non si torna nelle case, per il timore di nuovi crolli dai monconi di ponte. E nel futuro prossimo, con la demolizione annunciata di quel che resta del ponte Morandi, dovranno essere demolite anche queste case di anziani, giovani coppie e soprattutto equadoregni, una delle principali comunità di Sampierdarena, quartiere di ex fabbriche, vecchie battaglie operaie e primi covi brigatisti.

«Il mio timore è di perdere tutto», ammette Efrem. Da 16 vive nel capoluogo ligure, da 14 in questa casa, «proprio sotto il ponte. Gli amici mi chiedevano sempre se avessi paura, ma io non ho mai davvero temuto che potesse crollare». Per chi ha lottato strenuamente per costruire una vita in un Paese lontano dal proprio, ora l'incubo quasi inconfessabile è «il pensiero di ricominciare da capo». Efrem è un muratore, come il suo amico che abita al civico successivo di via Porro. Isabel, alla loro spalle, originaria sempre dell'Ecuador, è una colf, come Janet e come Micaela, badante. Che riesce solo a sussurrare di «essere distrutta. E spaventata».

Sono quasi tutti proprietari delle case, le uniche che potevano permettersi, anche per quella vista sul ponte in perenne manutenzione, che svegliava i sonni dei residenti. Nella fila, per essere accompagnati dai vigili del fuoco, un signore mostra sul cellulare le ultime notizi, con la conferma anche del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sull'intenzione di demolire le case. Qualcuno grida, qualcun altro si mette le mani nei capelli.

Su molti appartamenti, gravano ancora mutui. «Io tra tre anni l'avrei estinto. Parlo già al condizionale, perché so che non ci tornerò più. Il vero tema sarà ora avere fondi adeguati di risarcimento, non al ribasso. Per poter comprare altrove. Ma dove agli stessi prezzi di qua?», si chiede Paolo, giovane elettrotecnico, che qui vive con la compagna. Agli altri che si disperano prova però a spiegare che «senza il ponte, non c'è modo di far funzionare il porto, con le sue merci da spostare, principale fonte di lavoro per la città. E significherebbe far morire del tutto Genova». La fine della pausa estiva, l'approdo delle prossime navi cargo e il ritorno di tutti i genovesi è atteso ora con spavento. Gli elicotteri sorvolano di continuo l'area. A volte, sono il segnale del ritrovamento di un corpo. Walter, residente di via Porro, lo sa. Guarda in alto e conclude: «Sono vivo. E da buon genovese, ora dico solo che vivrò alla giornata».

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