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Dossier | N. 45 articoliGenova, tutto sul crollo del ponte Morandi

Crollo di Genova, campionato sì o no? Dubbi (e ipocrisie) di un Paese diviso

Un tifoso genoano e uno sampdoriano «ricostruiscono» il ponte Morandi nell’immagine circolata sui social
Un tifoso genoano e uno sampdoriano «ricostruiscono» il ponte Morandi nell’immagine circolata sui social

Sabato 18 agosto, giorno di lutto nazionale per le vittime del crollo del ponte Morandi a Genova, con funerali pubblici alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sabato 18 agosto, prima giornata di Serie A, con gli anticipi Chievo-Juventus e Lazio-Napoli. Rinviate solo Milan-Genoa (31 ottobre) e Sampdoria-Fiorentina (19 settembre), su richiesta dei club della città. «Ma non sarebbe stato il caso di fermare tutte le partite?» Qui casca l’asino: nel Paese di Orazi e Curiazi, guelfi e ghibellini, Montecchi e Capuleti, il dilemma «campionato sì o no» diventa soltanto l’ultima circostanza di divisione.

Salvini: «Non lasciamo sole le squadre genovesi»
Ultimo venne il vicepremier con delega agli Interni Matteo Salvini: «Penso - ha dichiarato - che sarebbe doveroso, per rispetto e vicinanza a Genova e ai parenti delle vittime, che anche il campionato di calcio sabato e domenica si fermasse. Non lasciamo sole le squadre genovesi, business e interessi televisivi possono attendere». In questa storia, secondo quella che sembra l’analisi del ministro dell’Interno, i ruoli dei cattivi li svolgerebbero Sky e Dazn, piattaforme televisive che si sono aggiudicate i diritti della Serie A, «colpevoli» di aver costretto la Lega Calcio a mandare a tutti i costi le squadre in campo, persino quando è l’evidenza dei fatti a dimostrare che non sarebbe opportuno.

Tra cene a Messina e (tentate) revoche di concessioni
Certo, ci sarebbe da interrogarsi su se sia stato opportuno, per Salvini, festeggiare il Ferragosto con i leghisti di Messina, con tanto di cena a base di pesce e torta che lo raffigurava, il giorno stesso del crollo del ponte Morandi. Ma questo è un altro discorso, mentre quello intorno al possibile rinvio della prima di campionato sembra il discorso perfetto per diluire l’attenzione dell’opinione pubblica su una linea governativa che ancora una volta scala la marcia in poche ore, dallo slancio kamikaze della concessione da revocare ad Autostrade per l’Italia a un approccio più soft all’insegna del dialogo con la concessionaria. Però lo sappiamo come funzionano certe dinamiche: è la sofistica bellezza.

Sponda comunista per Salvini
Bellissimo che il sovranista, nel bel mezzo del dibattito «campionato sì o no», si ritrovi tutto d’un tratto affiancato dal comunista. «Mi associo alla richiesta della federazione di Genova di Rifondazione Comunista per lo stop al campionato di calcio in tutta Italia in segno di lutto», dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di una Rifondazione Comunista ormai ridotta ai ranghi di forza extra parlamentare. «Il fatto che il campionato di calcio di serie A non si fermi davanti a una tragedia nazionale come quella di Genova è segno che ormai le ragioni del business prevalgono sui valori più elementari di solidarietà umana. Prima le persone poi gli affari!» Trionfi la giustizia proletaria.

Inzaghi: «Meglio non giocare»
Anche tra gli addetti ai lavori del rettangolo verde l’ipotesi di fermare il campionato ha raccolto qualche consenso. «Non ci sarebbe stato nessun problema a fermarci - ha commentato l’allenatore della Lazio Simone Inzaghi - ma non decido io, ci sono gli organi competenti a farlo. Penso che sarebbe stato giusto fermarsi, domani osserveremo un minuto di silenzio ma non sarà sufficiente perché ci sono immagini che hanno colpito tutti». Di parere opposto Marco Brunelli, ad di Lega A: «La tragedia di Genova condiziona la partenza del campionato ed è stato giusto rinviare le partite di Sampdoria e Genoa. Ma siamo anche incuriositi da questa Serie A che si annuncia tra le più avvincenti degli ultimi anni per la presenza di Ronaldo e il livello cresciuto di molti club». Mentre il commissario della Figc Roberto Fabbricini rincara la dose: «Sono convinto che anche il calcio farebbe la sua parte di fronte a una giornata di lutto nazionale nella quale tutte le attività ludiche fossero sospese».

Il buonsenso di Allegri e Tommasi
Intermedia la posizione di Massimiliano Allegri, allenatore della Juventus campione d’Italia, quest’anno rafforzata da un certo Cristiano Ronaldo: «Ci sono organi che hanno la competenza, credo che sia stata giusta la decisione di non fare giocare Genoa e Samp. Noi ci adeguiamo, giocheremo sabato nel girono del lutto nazionale, lo dobbiamo fare, così hanno deciso, lo faremo nel rispetto e nella vicinanza a chi ha subito la tragedia». Come succede spesso, il buonsenso abita a casa di Damiano Tommasi, presidente di Assocalciatori: «Ricordo certe critiche per lo stop deciso per la scomparsa di Astori da parte di quei tifosi che quel giorno erano già partiti per seguire le loro squadre, penso che giocare domani e domenica con il lutto al braccio sia un segnale forte da parte del campionato. Il rinvio delle gare di Genoa e Sampdoria è la conseguenza di un momento particolare per la città di Genova e non solo. Giusto in questa occasione non giocare».

Ulivieri: «Si gioca? Se è per questo, qualcuno andrà al mare»
Sulla stessa lunghezza d’onda il numero uno dell’Associazione allenatori Renzo Ulivieri: «Quelle due partite andavano fermate. Si giocherà invece domani che è giornata di lutto nazionale? Per codesto ci sarà anche tanta gente che andrà al mare, credo che giocare o no sia secondario, semmai c’è stata mancanza di rispetto da parte di chi in una tragedia del genere avrebbe dovuto mantenere invece dei toni bassi. Fa male sentire certe cose, molte persone non conoscono il senso del dolore». E qui il vecchio guru di San Miniato centra il problema: il lessico.

Se il problema è (ancora una volta) il lessico
Ci sono cose che non andrebbero mai dette o scritte in certe situazioni. E ancora di più se si ricoprono cariche istituzionali. Quanto all’opportunità di rinviare tutta la prima di campionato, giova sfogliare un po’ il libro di storia: nella Grecia classica lo sport era religione. Le Olimpiadi erano un motivo più che sufficiente per fermare tutte le guerre. Nell’Italia contemporanea neanche una tragedia immane riesce fermare una guerra tra opposte fazioni che hanno sempre meno da dirsi, persino quando dovrebbe vigere il proverbiale clima di unità nazionale. Tutto il resto è ipocrisia.

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