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Dalle donne “capitane” d’azienda un Pil che vale 350 miliardi

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DONNE AL VERTICE

Dalle donne “capitane” d’azienda un Pil che vale 350 miliardi

C’è un ranking in cui le italiane per una volta non sono maglia nera, come spesso accade quando si parla di lavoro. Ultime o quasi come tasso di occupazione, sono invece addirittura sul podio europeo se si spostano i riflettori sulle imprenditrici. Sono il 17% della “forza lavoro” femminile, una percentuale che nell’Eurozona è superata solo dal 29% delle Grecia. E, così, un quarto del valore aggiunto del nostro Paese è prodotto da donne “capitane” d’azienda. Si tratta di 350 miliardi di euro che per quasi due terzi arrivano dal variegato mondo dei servizi (229 miliardi).

Scendendo più nel dettaglio, secondo l’elaborazione della Fondazione Moressa per Il Sole 24 Ore su dati Infocamere e Istat, il maggior contributo femminile si rintraccia in alberghi e ristoranti, dove si colora di rosa oltre il 30% del «Pil». Segue l’agricoltura (28%), mentre l’edilizia è al polo opposto (appena il 6 per cento).

La sorpresa, poi, restringendo l’obiettivo sul territorio, è che il Sud ha la meglio sul Nord. Nelle regioni del Mezzogiorno infatti il contributo femminile al valore aggiunto totale è maggiore: in Sardegna, Molise, Sicilia e Abruzzo oltre il 27% della ricchezza deriva da imprese femminili.

Agli ultimi posti della classifica troviamo molte zone del Settentrione: non arrivano al 20% Lombardia e Trentino Alto Adige, mentre il Veneto lo supera di poco (20,6 per cento).

Del resto le regioni del Mezzogiorno registrano una maggiore presenza di imprese femminili sul totale delle aziende attive nel territorio, mentre al di sotto della media Italia (22,6%) si posizionano un po’ a sorpresa quattro regioni del Nord: Veneto, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige e Lombardia. Quindi le donne del Sud, se da un lato sono più penalizzate a trovare un lavoro (qui il tasso di occupazione femminile è attorno al 32%, distante anni luce dal 59% del Nord e meno della metà della media Ue), dall’altro lato sono quelle che seguono di più la strada dell’autoimpiego per uscire dall’inattività.

Ma quante sono in totale le imprese femminili in Italia? Su oltre cinque milioni di aziende attive al primo trimestre 2018, 1.157.516 sono guidate da donne, vale a dire il 22,6% del totale (come detto in precedenza). Nell’84% dei casi la conduzione è di grado esclusivo, cioè il vertice aziendale è totalmente al femminile.

A livello numerico le aziende rosa si concentrano nei servizi (31%) e nel commercio (29% del totale). Ma rapportandole al numero di aziende per settore, la presenza femminile si fa più marcata in alberghi e ristoranti: su 100 imprese di questo settore, 30 sono guidate da imprenditrici. Nell’agricoltura la quota si abbassa al 29%, seguita dai servizi (26 per cento).
Nel tempo, poi, si è registrato un trend positivo: le imprese femminili sono aumentate di 20mila unità (+1,8%) dal 2014 al 2018, a fronte di una diminuzione di 35mila aziende condotte da imprenditori di genere maschile (-1%). A trainare l’incremento aziendale “rosa” è stato il settore turistico di alberghi e ristoranti (+9%) insieme ai servizi (+8,3%). Segnali positivi che sono riusciti a sanare le perdite dell’agricoltura (-3,6%) e del commercio (-3,1 per cento).

A livello regionale, nell’arco di quattro anni, i miglioramenti più evidenti sono stati realizzati in Lazio, Calabria, Lombardia e Campania. Regioni in cui, fatta eccezione per la Lombardia, anche le aziende condotte da uomini hanno registrato discreti aumenti.

Piemonte e Marche invece hanno incassato le performance peggiori per quel che riguarda l’imprenditoria femminile (rispettivamente -2,1 e -2,4 per cento), ma la débâcle maschile è stata decisamente più pesante, con perdite superiori al 3 per cento.

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