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Ilva, l’Avvocatura e quel parere essenziale ma invisibile

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L'Analisi|IL CASO

Ilva, l’Avvocatura e quel parere essenziale ma invisibile

L’oscuramento mediatico del parere dell’Avvocatura dello Stato sulla gara Ilva? Legittimo, anzi, per essere più precisi, dovuto per legge.

Le dichiarazioni sul punto del vicepremier e ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, nella conferenza stampa di ieri, per quanto spiazzanti e destinate inevitabilmente ad aprire una questione politica - non fosse altro per il mantra “trasparenza” cavalcato dal M5S - sono conformi a legge.

Un decreto del presidente del Consiglio dei ministri (all’epoca, 26 gennaio 1996, era Lamberto Dini) vieta in modo esplicito la divulgazione dei pareri resi dall’Avvocatura statale «in relazione a lite in potenza o in atto, e la inerente corrispondenza». La norma fa parte di un regolamento che «sottrae al diritto di accesso amministrativo (legge 241/1990) i documenti formati o comunque rientranti nell’ambito delle attribuzioni dell’Avvocatura dello Stato».

Il senso della disposizione - a prescindere dalle odierne traversie della procedura di vendita dell’Ilva - è chiaro: finché l’atto amministrativo non è perfezionato, cioè formato definitivamente, non devono essere rivelate le motivazioni sottostanti, tanto più se, come nel caso di Taranto, c’è almeno dal punto di vista teorico un rischio di lite «in potenza o in atto», come recita prosaicamente la norma.

Quindi per conoscere i «vizi e le pesanti criticità» contenute nel parere facoltativo richiesto all’Avvocatura statale, stando almeno alle anticipazioni del ministro, bisognerà attendere la conclusione del procedimento di annullamento in autotutela della vendita a Arcelor Mittal (che non dovrebbe, peraltro, sfociare nell’annullamnento), procedimento aperto dal neo-ministro al cambio della guardia e al passaggio di consegne con il predecessore Carlo Calenda.

Perplessità che non è difficile immaginare dove vadano a pescare, considerato che non più tardi di un mese fa sul punto si era espresso, anche qui a richiesta del neo ministro, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone.

La prima questione riguardava il termine per la definizione del piano ambientale, slittato durante la procedura di gara dal 2017 al 2023 mediante una legge (il dl 191/2015 “Milleproroghe”). Il problema, sostiene l’Anac, è che la tagliola dei tempi - all’origine - strettissimi aveva fatto scattare la rinuncia di 27 dei 29 concorrenti iniziali. Secondo il team di Cantone, quindi, sarebbe stato opportuno riaprire i termini «per consentire alle imprese eventualmente interessate di compiere nuove scelte industriali che avrebbero reso possibile e appetibile la partecipazione alla gara» (che era a inviti, in quanto Ilva è da tempo in amministrazione straordinaria e gestita dai commissari). Il secondo tema riguardava le scadenze intermedie del piano, che non sono state rispettate anche perchè “superate” dalla superproroga di sei anni del piano ambientale. L’Anac sostiene però che l’allungamento dei tempi non ha fatto venire meno il carattere vincolante delle prescrizioni del ministero dell’Ambiente: il mancato integrale adeguamento alle prescrizioni fissate dal ministero potrebbe essere sanzionata - si fosse trattato di appalto - con l’esclusione dalla gara. L’ultimo punto della richiesta di parere all’Autorità anticorruzione toccava il rilancio delle offerte. Nel merito l’Anac scriveva che questo aspetto della gara era stato inizialmente previsto ma poi non disciplinato in modo dettagliato, indicando come questi rilanci avrebbero potuto portare più soldi allo Stato.

Importante, però, sottolineare la chiosa finale dell’Autorithy: per annullare gli atti ministeriali in autotutela è necessario indicare «l’interesse pubblico specifico all’annullamento, che è cosa diversa dal mero ripristino della legalità». E proprio questo punto è stato fatto presente ieri da Di Maio nel parlare di gara «illegittima» ma non “bloccabile”.

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