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Uno Stato regolatore, non padrone

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L'Analisi|PUBBLICO/PRIVATO

Uno Stato regolatore, non padrone

Che occorra tornare alle nazionalizzazioni, come sostengono i ministri del M5S, è paradossale. Dimostra che non si ha un’idea chiara dei motivi, 25 anni fa, della fine dello “Stato banchiere e imprenditore”.

E che non si tiene debito conto della realtà in cui l’Italia si trova oggi a operare nell’ambito dell’Unione europea e di un’economia globalizzata.

È indubbio che a suo tempo, all’indomani della guerra, il rilancio dell’Iri, creato nel 1933 dal regime fascista per salvare il salvabile del sistema bancario e industriale dopo la crisi mondiale esplosa nel 1929, avesse più di una ragion d’essere, in quanto altrimenti non sarebbe stato possibile avviare la ricostruzione postbellica né porre le basi del “miracolo economico”.

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D’altronde, anche se l’interventismo statale andò man mano assumendo dimensioni sempre più rilevanti (senza tuttavia alcun genere di nazionalizzazioni, a differenza di quanto accadde per alcuni settori in Francia e in Gran Bretagna), a caratterizzare l’esperienza italiana fu una seconda interazione fra mano pubblica e mano privata in base a una sorta di gioco di squadra: per cui l’una si occupò prevalentemente del potenziamento delle industrie di base (dalla siderurgia alla cantieristica, all’impiantistica) e l’altra puntò soprattutto sulla produzione di beni di consumo durevoli (da quelli tessili agli elettrodomestici, dai motoveicoli alle automobili, alla meccanica di precisione).

Una sorta dunque di “economia mista”, il cui ago della bilancia venne però spostandosi per via non solo della nazionalizzazione nel 1962 del settore elettrico, invocata dal Partito socialista alla stregua di una “riforma di struttura” volta a modificare l’assetto del capitalismo italiano, in quanto avrebbe messo fine alla preminenza di un colosso finanziario e industriale come la Edison e di un nucleo di imprese elettriche operanti su scala regionale e interregionale, e condivisa dalla Dc per agevolare la transizione dal centrismo al centro sinistra (anche se l’indennizzo incassato dalla Edison fu superiore al suo valore di mercato e concorse a finanziare l’avvento di un gruppo ancor più potente come la Montedison). Già cinque anni prima dell’istituzione dell’Enel, due leggi avevano infatti decretato la totale estromissione dei privati da due importanti campi d’attività, garantendo all’Eni l’esclusiva della ricerca e dello sfruttamento degli idrocarburi su tutto il territorio nazionale (esclusa la Sicilia) e determinando il passaggio dell’intero settore telefonico dalle cinque precedenti concessionarie alla mano pubblica.

Sebbene entrambe queste operazioni dalle valenze monopolistiche e l’istituzione nel 1957 di un apposito ministero delle Partecipazioni statali avessero sollevato non poche discussioni, i brillanti risultati poi conseguiti dalle imprese dell’Iri in alcuni settori industriali nevralgici e quelli dell’Eni con la realizzazione di una crescente rete di metanodotti e con lo sbarco in Iran valsero a consacrare di fatto il ruolo dell’interventismo pubblico, quale fattore propulsivo di crescita economica e di modernizzazione.

Le cose cominciarono a cambiare bruscamente tra gli anni 70 e 80. Non solo perché diverse aziende dell’Iri si trovavano ad accusare forti passività a causa delle pesanti perturbazioni monetarie e del vertiginoso rincaro dei prezzi delle materie prime, che strinsero l’Italia in una morsa fra iperinflazione e ristagno; ma anche perché vennero a galla certe debolezze strutturali della mano pubblica, dovute al fatto di aver continuato ad agire per lo più in un regime di scarsa concorrenza, senza quindi ricorrere ad adeguate innovazioni di processo, o con le provvidenziali stampelle finanziarie dello Stato in caso di necessità.

Da allora iniziò così una china discendente del sistema delle Partecipazioni statali, sia della sua missione originaria (consistente nella riduzione del divario fra Nord e Sud, nella supplenza a certe carenze dell’iniziativa privata e alla implementazione delle infrastrutture), sia della sua immagine in quanto via via offuscata da una congerie di inefficienze, sperperi e incongruenze su cui si erano accesi i riflettori della stampa.

Ma nella cultura sociale del nostro Paese era talmente prevalente l’idea che lo Stato avesse una funzione sostanzialmente paternalistica e assistenziale da indurre molta gente a chiudere gli occhi sulla crescente espansione delle spese per alimentare la macchina delle Partecipazioni statali e per ripianare le sue perdite di gestione: al punto che, a detta di Ugo La Malfa, esisteva in pratica in Italia, al di là delle singole differenziazioni politiche, un “partito unico”, quello del debito pubblico.

Si spiega così come l’agonia di un sistema statalista ancorché sempre più acciaccato si sia prolungata sino al 1993 concorrendo anche alla crisi della Prima Repubblica sotto l’urto delle inchieste giudiziarie su Tangentopoli, che portarono in piena luce certi aspetti obliqui e degenerativi diffusisi negli ultimi decenni nei rapporti fra vari “boiardi” di Stato e diversi esponenti dei partiti di maggioranza. Sta di fatto che, mentre è calata allora una pietra tombale sullo “Stato padrone”, quel di cui oggi si ha reale bisogno è uno Stato regolatore, che stabilisca una volta per tutte, per la gestione dell’economia, norme di condotta limpide ed efficaci, senza ipertrofiche pastoie burocratiche.

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