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Di Maio d’Egitto: prima missione estera tra business e caso Regeni

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oggi l’incontro con al sisi

Di Maio d’Egitto: prima missione estera tra business e caso Regeni

Il vicepremier Di Maio in partenza per l’Egitto per la sua prima missione estera (Ansa)
Il vicepremier Di Maio in partenza per l’Egitto per la sua prima missione estera (Ansa)

Da un lato l’esigenza di tutelare le oltre 150 aziende italiane che operano in Egitto, a partire da Eni che ha acceso i motori di Zhor, il maxi-giacimento di gas scoperto nell’offshore egiziano. Dall’altro lato la necessità di continuare a chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni. Luigi Di Maio ha scelto il Cairo per la sua prima missione all’estero da ministro dello Sviluppo economico. Un chiaro segnale di attenzione per un Paese che in tre mesi di governo gialloverde ha già visto atterrare prima il ministro dell’Interno Matteo Salvini e poi il titolare della Farnesina, Enzo Moavero Milanesi. Ma anche una difficile prova di equilibrismo per il leader di un Movimento che accusava il governo Renzi di voler «far fare a Regeni la fine dei marò».

Che l’Egitto sia una destinazione speciale lo dimostrano i numeri: l’interscambio italiano con l’Egitto nel 2017 è arrivato a quota 4,7 miliardi di euro (+2,5% sul 2016). L’Italia è il quinto fornitore mondiale del Paese e il secondo importatore, con uno stock di investimenti diretti esteri tricolori che nel 2016, ultimo dato utile, sfiorava gli 8 miliardi. Ma a rendere ancora più strategico il rapporto con lo Stato più popoloso del mondo arabo sono le prospettive di sviluppo a breve. La crescita annua è destinata a quadruplicare quella italiana, con un Pil atteso in aumento del 5,4% nel 2018 e del 5,6% del 2019, dopo il già lusinghiero +4,2% dell’anno scorso.

Se a questo aggiungiamo la foto di gruppo delle nostre imprese attive in Egitto, diventa ancora più chiara la portata del viaggio di Di Maio: si va da Eni, come si diceva, a Edison, da Intesa SanPaolo a Italcementi, fino a Ansaldo Energia, gruppo Cementir, Techint. Una galassia di aziende spesso presenti nel Paese da decenni, che hanno resistito agli scossoni politici e diplomatici degli ultimi anni. E che aspirano a intercettare una parte del nuovo boom egiziano. Al centro dei colloqui il Mise ha posto non a caso «i temi relativi a un lento e graduale rafforzamento della cooperazione bilaterale» nei settori dell’energia, delle infrastrutture, dell’economia e del commercio.

Il clou della missione - salutata con entusiasmo dalla stampa locale - è atteso oggi, quando Di Maio vedrà il presidente egiziano Al Sisi. I dossier economici e la necessità di difendere gli investimenti italiani non esauriscono il menu dell’incontro. I rapporti con l’Egitto sono cruciali anche per rafforzare il sostegno del governo di Al Sisi al ruolo italiano nella stabilizzazione della Libia, a dispetto delle tradizionali posizioni filo-francesi degli egiziani. Un asse prezioso in vista della conferenza di pace che dovrebbe tenersi a Roma a novembre.

Ma c’è un’ombra che incombe sulla missione. Dal ministero dello Sviluppo economico hanno preannunciato che Di Maio «affronterà in modo imprescindibile» anche i fatti legati all’omicidio di Regeni, il dottorando italiano all’Università di Cambridge scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato cadavere il 3 febbraio. Una vicenda che ha compromesso per oltre un anno il dialogo tra i due Paesi, tanto da portare l’Italia a restare senza ambasciatore al Cairo fino all’estate 2017. Probabile che, sulla scia della recente visita di Moavero, anche Di Maio batta sul tasto della collaborazione proficua tra le autorità giudiziarie italiana ed egiziana per invocare la celere individuazione dei responsabili. Così da marcare la distanza anche in questo campo da Salvini, che soltanto lo scorso giugno aveva suscitato polemiche per quella frase tranchant: «Regeni? Sono più importanti i rapporti con l’Egitto».

Del resto, in un post sul blog di Grillo di febbraio 2016, il numero uno del Movimento Cinque Stelle aveva paragonato il caso Regeni a quello dei marò, lasciando intendere che in Egitto come in India gli interessi economici avrebbero avuto la meglio. Al governo Renzi, l’allora vicepresidente della Camera chiedeva di andare fino in fondo, «una volta tanto». Chissà se alla fine della lunga marcia che lo ha portato prima a scalare il Movimento e poi ad arrivare da vicepremier a Palazzo Chigi Di Maio seguirà il suo stesso monito.

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