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Per i mercati ora è più rischioso lo Stato delle imprese

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Per i mercati ora è più rischioso lo Stato delle imprese

La volatilità che ha caratterizzato da diversi mesi a questa parte i nostri titoli di Stato ha provocato tensioni anche sul mercato delle obbligazioni bancarie e corporate. L’ondata di vendite, che pure ha investito i titoli delle grandi società quotate italiane, è stata in ogni caso meno violenta di quella che ha colpito BoT e BTp. Il paradosso che si è creato in questa situazione è che oggi il mercato ritiene più rischioso lo Stato italiano che le sue aziende. Questa almeno è la fotografia dello stato attuale che danno le quotazioni del mercato dei derivati. Nello specifico i prezzi dei cosiddetti credit default swap.

Questi titoli, noti anche con l’acronimo di cds e saliti all’onore della cronaca in occasione della crisi finanziaria del 2008, funzionano come polizze di assicurazione sul rischio default. Chi investe sul mercato obbligazionario le compra per coprirsi dal rischio che la controparte che ha emesso i bond che ha in portafoglio si dichiari insolvente. Come per i premi assicurativi più alto è il prezzo maggiore è il rischio.

Come lo spread, i cds sono un termometro per misurare il rischio percepito dal mercato. Nel caso dell’Italia un termometro che segnala febbre alta. Ai primi di maggio il prezzo per assicurarsi sul default sovrano viaggiava intorno a quota 100 punti base. Con l’improvvisa ondata di vendite che si è abbattuta sui BTp le sue quotazioni sono risalite del 150 per cento.

Un investitore che oggi volesse assicurarsi a cinque anni sul default sovrano dell’Italia oggi dovrebbe pagare un premio annuo pari al 2,54% del controvalore dei titoli che ha in portafoglio. Per coprirsi dallo stesso rischio, chi avesse comprato in bund tedeschi dovrebbe pagare appena lo 0,09 per cento. Poco di più (0,27%) dovrebbero pagare i detentori di titoli francesi mentre sui Bonos spagnoli il premio per assicurarsi sull’insolvenza è pari allo 0,7% di quanto investito.

Il divario rispetto a Paesi considerati più solidi c’è quasi sempre stato (anche se con la Spagna spesso è stato un derby). Più insolito è invece che questo divario ci sia anche con società private italiane. Se si esclude il Monte dei Paschi di Siena, oggi le quotazioni dei cds di gran parte delle grandi società quotate a Piazza Affari sono inferiori a quelle dello Stato italiano. Segnale che oggi il mercato le ritiene meno a rischio.

Le due società che hanno il più basso indice di rischiosità, con prezzi dei cds rispettivamente a quota 67 e 96 punti base, sono Eni ed Enel. Un paradosso, visto che sono aziende a controllo pubblico, che si spiega alla luce degli asset detenuti all’estero che garantiscono il debito delle due aziende. Nell’ultimo quinquennio i prezzi dei cds di Eni ed Enel, così come quelli di Generali, sono mediamente stati inferiori a quelli dello Stato italiano. Altro discorso vale per le altre big come Intesa Sanpaolo, Unicredit o Fca che il mercato ha mediamente prezzato come più a rischio dello Stato e che oggi invece risultano più solide. Almeno da maggio a questa parte.

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