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F1, Gp Italia 1978: la scomparsa di Ronnie Peterson

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F1, Gp Italia 1978: la scomparsa di Ronnie Peterson

  • –a cura di Datasport

Monza è velocità, passione, brivido. Ma purtroppo, ed è successo più di una volta nella straordinaria storia di questo circuito, è anche dramma. Come nel 1961, quando l'incidente alla Parabolica tra Clark e Von Trips portò via quest'ultimo e quindici spettatori, come nel 1970, quando nelle qualifiche a perdere la vita fu Jochen Rindt, oppure come quaranta anni fa esatti, nel 1978, quando a pagare con la vita fu Ronnie Peterson. Pagine da dimenticare di un libro unico.   Il 40° anniversario della scomparsa di Peterson (che ricorre precisamente l'11 settembre) è un'occasione per andare a riscoprire la carriera di uno dei piloti dotati di maggior talento, veloce e spettacolare, formidabile con un volante tra le mani. Di sicuro tra i più forti di sempre tra coloro che non hanno mai potuto fregiarsi del titolo iridato, cosa a cui piloti che hanno corso in pista con lui, come Andretti e Lauda, quasi non riescono a credere, chiedendosi come sia possibile che un talento come quello di "Superswede" non sia mai riuscito a vincere il campionato mondiale di Formula 1.   La storia di Bengt Ronald Peterson inizia ad Orebro, in Svezia, il 14 febbraio 1944. Poco si sa sulla famiglia, il giusto sulla sua infanzia: sui kart va forte, maledettamente forte. Ci sono, insomma, gli ingredienti per una carriera di primo livello, e la conferma arriva dal salto in monoposto, visto che Ronnie, questo il suo nomignolo, non ha problemi a ripetersi anche in Formula 3 ed in Formula 2. Così, nel 1970, arriva la chiamata in Formula 1 grazie alla March, che gli mette a disposizione una 701, tipica F1 da "garagisti" inglesi, come gli chiamava Enzo Ferrari: cambio Hewland e motore Cosworth DFV. Il materiale non è di primo livello e lo svedese non va mai a punti, ma si fa le ossa in vista di un '71 al vertice con la 711: a Monaco, terza gara dell'anno, arriva il primo di cinque podi stagionali, che valgono a Ronnie la piazza d'onore del campionato dietro all'imprendibile Jackie Stewart.    La stagione successiva però è deludente e lo svedese decide di passare alla Lotus, in vista di una stagione 1973 ricca di soddisfazioni: in tredici gare Ronnie dimostra tutta la sua velocità cogliendo ben nove pole position e ottenendo quattro vittorie (la prima in Francia), chiudendo al terzo posto nel mondiale. Nel biennio '74-'75 la Lotus però perde progressivamente competitività nonostante tre vittorie (il vittorioso modello 72 è ormai troppo vecchio) e Peterson decide di tornare in March nel '76, per un'altra stagione difficile che lo vedrà però vincere a Monza. Annata '77 di transizione in Tyrrell e nel 1978 ecco il ritorno in Lotus, dove Ronnie spera di trovare finalmente la macchina del titolo.   In effetti ha ragione, perchè la Lotus 79 va che è una meraviglia e non c'è avversaria che tenga, perchè Colin Champan, con la sua vettura ad effetto suolo, ha sbaragliato la concorrenza ed infatti quell'anno non c'è avversaria in grado di impensierire le Lotus. Per Ronnie però c'è un problema e si chiama Mario Andretti, o meglio il problema è il contratto che lo subordina a lui. Lo svedese infatti è "bloccato" da un contratto che lo relega al ruolo di numero due in squadra e Chapman su questo non transige. Il rapporto tra Peterson ed il suo capo si logora, male gerarchie in seno al team sono chiare e prima di Monza Andretti riesce a far sue sei gare, Peterson due. E' in Italia che le cose prendono una piega inaspettata, con l'incidente alla prima curva che vede coinvolti ben dieci piloti, tra cui Peterson, per una carambola per cui fu ingiustamente accusato per molto tempo Riccardo Patrese, quando in realtà la colpa maggiore fu del direttore di corsa che dette il via quando ancora le ultime vetture non si erano fermate nella piazzola di partenza, con queste ultime che dunque riuscirono ad avere uno spunto migliore creando una notevole confusione nel gruppo. Lo svedese ne uscì con fratture multiple alle gambe, ma quando fu portato in ospedale era cosciente. Ciò che accadde in sala operatoria è degno di un romanzo giallo, con lo svedese che la mattina successiva persa la vita per embolia.   Quella del 1978 resta una macchia indelebile nella storia di Monza, con una gestione di corsa e soccorsi sicuramente rivedibile. Senza contare l'operazione, sicuramente errata, che portò alla scomparsa di "Superswede", il fenomeno che non riuscì mai a iscrivere il suo nome nell'albo d'oro. Un re senza corona.