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Debito e spread, gli extra-costi per chi comunica male

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FALCHI & COLOMBE

Debito e spread, gli extra-costi per chi comunica male

Il governo di un Paese ad alto debito come l’Italia deve avere una politica di comunicazione efficace e credibile, altrimenti rischia di pagare dei costi molto pesanti. Come è avvenuto nelle settimane che hanno preceduto e seguito la nascita del nuovo Governo che hanno portato il nostro Paese a doversi misurare con spread in crescita.

Le parole, dunque, pesano. Anzi costano. È quello che sta imparando a sue spese l’Argentina in questi giorni. Il presidente Mauricio Macri sta scoprendo di aver clamorosamente sbagliato la comunicazione della sua strategia di politica economica. L’Argentina, tra i paesi emergenti, appartiene alla categoria dei paesi che i mercati percepiscono ad alto rischio; è la stessa categoria di cui fa parte l’Italia, ancorché nel perimetro dei paesi industriali. Per entrambi i Paesi, il rischio di instabilità finanziaria è correlato all’andamento del cosiddetto premio al rischio, vale a dire la somma aggiuntiva che i creditori – investitori internazionali e risparmiatori nazionali – richiedono per detenere nei propri portafogli i titoli emessi. Quindi i governi di entrambi i Paesi hanno un comune obiettivo: tenere basso il premio al rischio.

Il governo argentino ha visto nelle scorse settimane innalzarsi il proprio premio al rischio, a causa, in generale, di un innalzamento dei costi di finanziamento per tutti i paesi emergenti,e, in particolare, del precipitare della situazione finanziaria della Turchia. Il presidente Macri ha allora pensato di mettere in atto una politica di comunicazione che fosse efficace, rispetto all’obiettivo di tranquillizzare i propri creditori: a sorpresa, con un video, ha annunziato di voler accelerare le modalità di un prestito già globalmente definito con il Fondo monetario internazionale, nell’ambito di un piano di riaggiustamento strutturale e fiscale. L’effetto sortito è stato l’esatto contrario di quello auspicato dal presidente argentino: dopo l’annunzio la valuta – il peso – è crollata.

Come spiegare l’effetto boomerang della comunicazione del governo argentino? Innanzitutto con una parola: credibilità. Condizione necessaria – ancorché non sufficiente – perché una politica di comunicazione sia efficace è che i suoi contenuti siano credibili. Ma non basta.

I governi dei Paesi ad alto debito dovrebbero imparare – e anche velocemente, nel loro interesse – che il rapporto tra il premio al rischio e la politica di comunicazione è molto stretto, e che sbagliare può essere molto costoso. A tale fine, si dovrebbe almeno attingere a quello che i banchieri centrali hanno imparato – e stanno imparato – sul rapporto tra comunicazione – “parole” - ed efficacia dell’azione – “fatti” – sia effettiva che prospettica, per quel che riguarda il loro perimetro principale, cioè la politica monetaria.

Tali insegnamenti riguardano almeno quattro aspetti della comunicazione: l’attore, i destinatari, le procedure e i contenuti.

In primo luogo l’attore – nel nostro caso il governo – deve offrire un messaggio unico e coerente; la pluralità delle voci – soprattutto se dissonanti – è tossico, nel senso che rischia di aumentare il premio al rischio.

In secondo luogo occorre identificare i pubblici di riferimento; se si rappresenta un Paese indebitato, trascurare – o peggio ancora aggredire, ancorché solo verbalmente – i propri creditori è tossico.

In terzo luogo le procedure – dalle tecniche, al linguaggio, ai tempi – possono fare la differenza: la scelta del presidente Macri di mettere in rete all’improvviso un video in spagnolo è risultata disastrosa.

Infine – da ultimi ma primi in importanza – ci sono i contenuti. Se l’obiettivo è quello di abbassare il premio al rischio, nel caso dell’Italia due fattori possono incidere su di esso, modificando i costi che paghiamo per indebitarsi, legati rispettivamente al rischio di indisciplina fiscale e di indisciplina monetaria. Il rischio indisciplina fiscale è correlato a quanto le scelte di politica fiscali siano coerenti con l’obiettivo di evitare l’ulteriore crescita del debito pubblico, mentre il rischio di indisciplina monetaria – detto anche di rischio di ridenominazione – è associato all’eventualità che il Paese esca dall’Unione monetaria.

“Il governo dovrebbbe chiedersi: quello che sto dicendo ha probabilità di alzare o abbassare il premio al rischio, quindi i costi per lo Stato italiano?”

 

Entrambi i rischi possono essere correlati alla politica di comunicazione, nel bene e nel male. Esempio virtuoso: nel 2012 l’indicatore principale del premio al rischio – lo spread – saliva anche in maniera indipendente dal rischio di indisciplina fiscale, perché vi era un diffuso rischio ridenominazione; lo spread saliva per l’Italia, ma anche per la Francia. Fu un’efficace politica di comunicazione – l’oramai famoso «whatever it takes» di Mario Draghi –che pose un argine al rischio ridenominazione. È a tale esempio che deve ispirarsi la politica di comunicazione del governo italiano, chiedendosi semplicemente: quello che sto dicendo ha probabilità di alzare o abbassare il premio al rischio, quindi i costi per lo Stato italiano? Con un’attenzione ulteriore: i rischi fiscale e monetario sono diversi ma correlati; per cui qualunque sia la politica fiscale, essa può essere solo rovinata da comunicazioni imprudenti e avventate che innalzino il rischio denominazione. A meno che l’obiettivo non sia quello di innalzare il premio al rischio, per aumentare la probabilità di default dell’Italia. In questo caso, la politica di comunicazione scelta sarebbe stata perfetta.

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