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DALLA RUSSIA ALL’EGITTO

Governo giallo verde poco «di cambiamento» nelle scelte di politica estera

Un governo “del cambiamento” che tuttavia, almeno sul fronte delle scelte di politica estera fatte fino ad ora, appare più nel segno della continuità con gli esecutivi che lo hanno preceduto. A cominciare dai rapporti con i pesi massimi internazionali: Usa, Russia e Cina tra tutti. Senza dimenticare quelli africani, sempre più determinanti nella partita per la gestione dei flussi migratori che premono ai confini dell’Europa.

Le missioni dei tre ministri M5s-Lega in linea con l’apertura del governo Pd
L’ultimo caso è quello che riguarda le relazioni tra Italia ed Egitto, paese quest’ultimo che svolge un ruolo di primo piano nel processo di stabilizzazione di una Libia che, come dimostrano gli scontri di queste ore a Tripoli, è ancora lontana. Mentre la collaborazione da parte del Cairo per fare luce su quanto è accaduto al ricercatore italiano Giulio Regeni, a oltre due anni e mezzo dall’assassinio, è ancora minima, negli ultimi 40 giorni tre rappresentanti del governo giallo verde si sono recati in Egitto per incontrare il presidente, il generale Abdel Fattah Al Sisi. Il primo è stato il vicepremier e responsabile del Viminale Matteo Salvini, seguito dal ministro degli Affari esteri Enzo Moavero Milanesi e, ultima visita in ordine cronologico, mercoledì scorso, dall’altro vicepremier Luigi Di Maio.

Al di là della sorta di ultimatum lanciato dal capo politico M5s, che ha chiesto entro la fine dell’anno una “svolta” nelle indagini sulla tortura a morte di Regeni, i tre ministri hanno aperto al dialogo con il paese africano. Una posizione flessibile che, a parte lo strappo consumatosi nell’aprile del 2016 a seguito della scomparsa e del ritrovamento del ricercatore italiano - strappo che si manifestò con la decisione del governo Renzi di richiamare l’ambasciatore italiano in Egitto - è nella sostanza in linea con quella dell’esecutivo precedente: è stato infatti il governo Gentiloni, nell’agosto del 2017, a riportare al Cairo l’ambasciatore Giampaolo Cantini, dimostrando così di voler andare nella direzione di una normalizzazione dei rapporti tra i due paesi.

Linea che viene ora confermata dall’attuale governo. Oltre all’influenza che ha nell’intricato groviglio libico - l’Egitto con Francia, Russia e Emirati Arabi Uniti sostiene il generale Haftar, il concorrente dell’interlocutore della comunità internazionale, e dell’Italia, Fayez al-Sarraj - il paese è un partner commerciale da miliardi di euro con cui i rapporti vanno normalizzati per renderli ancora più proficui. A livello commerciale, secondo dati 2017 pubblicati dall’Ice, l’interscambio vede l’Italia secondo principale partner del Cairo al mondo dopo la strabordante Cina con 5,6 miliardi di dollari. Da qui la conferma della linea di politica estera.

Di Maio al Cairo, ultimatum su Regeni, svolta entro anno

Tria e Geraci in Cina a oltre un anno dalla missione Gentiloni
Ma la mancanza di strappi tra il governo “del cambiamento” e gli esecutivi che lo hanno preceduto riguarda anche i rapporti con i grandi player geopolici. Le missioni separate di questi giorni del ministro dell’Economia Giovanni Tria e del sottosegretario presso il ministero dello Sviluppo economico Michele Geraci in Cina fanno seguito a quella del maggio 2017 dell’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Anche in questo caso una linea di politica estera che ha attraversato incolume il passaggio tra due esecutivi di orientamenti politici diversi. Il perché è nei numeri: secondo l’ultimo report della Fondazione Italia Cina, i dati delle dogane cinesi evidenziano la miglior performance di sempre dell’export italiano in Cina, per la prima volta sopra i 20 miliardi di dollari: i 20,41 miliardi superano infatti il record del 2014 e fanno segnare una crescita fortemente significativa, superiore al 22%, mai così accelerata dal 2010. Il +22% dell’export italiano rappresenta la miglior crescita di un Paese Ue in Cina. E poi c’è l’iniziativa della Nuova Via della Seta, che potrebbe coinvolgere anche l’Italia (a cominciare dal porto di Trieste).

Il feeling Conte-Trump e le strette di mano dei premier Pd con Obama
Anche il rapporto con gli Usa, alleato tradizionale dell’Italia dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, ha mantenuto la sua veste “classica”. La cordialità con il presidente Trump emersa in occasione dell’ultima visita del premier Giuseppe Conte negli Stati Uniti ricordano le energiche strette di mano tra Renzi , Gentiloni con Obama. Cambiano gli inquilini della Casa Bianca e quelli di Palazzo Chigi, ma il rapporto tra Usa e Italia non è messo in discussione, nemmeno dal governo del “cambiamento”. Già nel contratto di governo M5s-Lega avevano confermato l’appartenenza all’Alleanza Atlantica, con gli Stati Uniti quale alleato privilegiato.

Dialogo con Mosca ma sulle sanzioni la posizione non cambia
Il contratto aveva anche previsto una apertura alla Russia, considerando opportuno il ritiro delle sanzioni imposte alla Federazione all’indomani della crisi in Ucraina. Al di là delle dichiarazioni, con il vicepremier Matteo Salvini a sottolineare in più di un’occasione la necessità di andare in quella direzione, quando si è trattato di votare per la revoca delle misure restrittive in scadenza l’Italia si è espressa a favore del mantenimento delle stesse. L’occasione è stata fornita dal Consiglio europeo che si è tenuto a Bruxelles a fine giugno, quando è stato deciso all’unanimità di estendere le sanzioni di un anno, fino al 23 giugno 2019. Se è vero che da Berlusconi a Gentiloni, passando per Letta e Renzi, tra Roma e Mosca c'è sempre stata una certa “simpatia”, più o meno accentuata a seconda di chi sedeva a Palazzo Chigi, la linea di politica estera non è cambiata, con la conferma da parte dell’Italia delle scelte dell’Unione europea, Germania in testa. E del potente alleato d’oltreoceano.

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