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Dossier Carlos Reygadas divide Venezia con «Nuestro tiempo», film su un…

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Dossier | N. 19 articoliMostra del cinema di Venezia, la 75esima edizione

Carlos Reygadas divide Venezia con «Nuestro tiempo», film su un matrimonio in crisi

A Venezia è arrivato il giorno di Carlos Reygadas, autore messicano che ha da sempre diviso critica e pubblico con le sue opere estreme e provocatorie: tra i suoi lavori precedenti che hanno creato ampio dibattito, si ricordano in particolare «Battaglia nel cielo» e «Post Tenebras Lux», entrambi presentati al Festival di Cannes.

Non fa eccezione il suo nuovo lungometraggio, «Nuestro tiempo», film che ha generato reazioni profondamente contradditorie tra gli spettatori veneziani.

Al centro c'è la vita di una famiglia che vive in campagna e alleva tori da combattimento. Il marito seleziona gli animali, mentre la moglie si occupa della gestione del ranch. La loro solidità coniugale cessa di essere tale quando la donna ha un'infatuazione per un addestratore di cavalli di nome Phil.
Arrivato al suo sesto lungometraggio, Reygadas parla di crisi del matrimonio e lo fa con un progetto talmente intimo e personale che gli attori protagonisti sono lo stesso regista messicano e sua moglie, Natalia Lopez.

Chi pensa a un classico film sulle difficoltà della vita coniugale, però, dovrà ricredersi, poiché «Nuestro tiempo» è intriso dello stile anticonvenzionale di Reygadas, dei suoi ritmi dilatati e delle sue immagini di grande suggestione formale.

Se l'inizio è di pregevole fattura e capace di colpire per la sua forza estetica, alla lunga il film stanca per una serie di riflessioni piuttosto supponenti sulla relatività dell'amore, che possono anche infastidire.

Rispetto ai suoi lavori precedenti, però, è un prodotto molto più delicato e profondo, maggiormente controllato nella messinscena e capace di dare vita ad alcuni momenti di una sincerità disarmante: nonostante i limiti di cui sopra e qualche ridondanza di troppo, questa volta Reygadas ha fatto centro e chissà che il suo connazionale Guillermo del Toro (presidente della giuria veneziana) non possa trovargli un posto nel palmarès finale.

Lontano dai riflettori della competizione principale, invece, ha destato un certo interesse «La profezia dell'armadillo», film italiano di Emanuele Scaringi, tratto dal celebre romanzo a fumetti di Zerocalcare.

Al centro c'è Zero, un disegnatore spiantato che si barcamena da un capo all'altro di Roma tra lavoretti saltuari e scorribande in compagnia dell'inaffidabile Secco, amico di sempre. Un giorno la notizia della morte di Camille, vecchia compagna di scuola e primo amore di Zero, giunge come un fulmine a ciel sereno a sconvolgere la vita dei protagonisti.
Era indubbiamente impresa ardua portare sul grande schermo il cult di Zerocalcare e all'esordiente Emanuele Scaringi difetta la necessaria esperienza.
Mancano infatti guizzi cinematografici degni di nota in questo prodotto che finisce per risultare una commedia come tante, incapace di trasmettere le riflessioni proposte sulla carta dal noto fumettista.
Peccato, perché c'erano le basi per fare davvero qualcosa di più interessante.

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