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L’agente sotto copertura ora entra anche negli uffici pubblici

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DDL ANTICORRUZIONE

L’agente sotto copertura ora entra anche negli uffici pubblici

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (ANSA)
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (ANSA)

A spazzare i corrotti, arriva anche Donnie Brasco. Almeno secondo le intenzioni iniziali del Guardasigilli. In tema di lotta alla corruzione, la “rivoluzione” giallo verde contempla infatti anche l'introduzione dell'agente sotto copertura, oltre al “daspo” perpetuo per gli imprenditori condannati per reati contro la pubblica amministrazione e alla confisca dei beni, anche in caso di prescrizione o amnistia.

«Corrompere non conviene più», scrive in una lettera ai potenziali corrotti e corruttori, il vicepremier Luigi Di Maio, spiegando come nel disegno di legge all'esame del Consiglio dei ministri sia prevista anche la possibilità per le forze dell'ordine di indagare sotto mentite spoglie negli uffici pubblici. A caccia di potenziale corruzione, appunto, e non più solo nella lotta a mafie e terrorismo. Come avvenuto fino ad ora.

Nelle indagini sui traffici di droga, infatti, più volte sono stati utilizzati infiltrati, poliziotti cioè che con una falsa identità, proprio come Donnie Brasco, nome di copertura dell' agente FBI nella New York degli anni '70, provano a conquistarsi la fiducia di boss e gregari, avere accesso agli affari segreti e poterli smascherare. A un profilo di copertura ricorre anche la Polizia Postale nelle inchieste contro la pedopornografia: gli agenti entrano nel giro, lo osservano, per un po' fanno finta di partecipare e una volta acquisiti sufficienti informazioni, entrano in azione.

Intorno alla figura dell'agente undercover, già previsto dalla Convenzione Onu di Merida del 2003, non poche perplessità sono state più volte sollevate da autorevoli rappresentanti della magistratura, Associazione nazionale Magistrati in testa, come pure dai penalisti. Ma ci sono alte toghe, come Pier Camillo Dagivo, ora al Csm, da sempre invece convinto sostenitore del ricorso al poliziotto infiltrato. «Questa figura va usata con parsimonia e sotto stretto controllo dei magistrati», avverte il presidente nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone.

Verso questa innovazione esiste comunque una cauta apertura da parte di giuristi ed esperti, molto più possibilisti nel valutarne l'applicazione - alla luce anche dei risultati riscontrati nei Paesi dove è una realtà consolidata da tempo, come gli Stati Uniti – rispetto all'agente provocatore.

Inizialmente, nel ddl Bonafede era stata ipotizzata anche quest'altra figura: l'agente cioè che mette alla prova la correttezza dei pubblici ufficiali, proponendo, in qualità di finto corruttore, mazzette al potenziale corrotto. Per poi incastrarlo.

Un dibattito sul tema era stato riaperto lo scorso febbraio in Italia, dopo il caso Fanpage/De Luca, con l'uso di un ex boss ed ex pentito di camorra come esca non autorizzata per mettere alla prova politici, a cominciare dal secondogenito del Governatore della Campania. Negli Stati Uniti, questa figura è prevista, non senza casi controversi. E il ricorso all'agente provocatore è stato anche sanzionato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo nel 2008. «Un conto sono le operazioni sotto copertura, altro – scrivevano i giudici nella sentenza Ramanauskas contro Lithuania, 5 febbraio 2008 – è provocare il reato da parte di chi non aveva un proposito criminoso».

La “rivoluzione” giallo verde inizialmente prevedeva anche questo. Poi, anche dopo le stroncature senza appello di magistrati come il presidente dell'Anac, l'agente provocatore è stato accantonato. Resta quello sotto copertura, con facoltà di entrare ora anche negli uffici pubblici.

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