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Il Governo si «spacca» su Cernobbio: Salvini presente, Di…

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workshop Ambrosetti

Il Governo si «spacca» su Cernobbio: Salvini presente, Di Maio passa la mano

Villa d’Este a Cernobbio (Fotogramma)
Villa d’Este a Cernobbio (Fotogramma)

Ci sono barbari e barbari. Ci sono i barbari veri: non sono ancora romanizzati (semmai lo saranno), sono pieni di furore iconoclasta, nutrono desideri cupi verso il “sistema” e, finalmente al governo, provano a destrutturare gli equilibri del potere italiano. Si chiamano Cinque Stelle. E, nella mollezza delle ore di fine estate del workshop Ambrosetti, quest'anno – il primo anno per loro di potere vero - mancano. O, almeno, mancano nei loro pesi massimi, quelli con le alabarde e con le asce. Né il capo del partito, il vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio, né il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli sono presenti.

Poi, ci sono i barbari un tempo padani, ora italiani, domani chissà e, soprattutto, ormai profondamente e intimamente integrati nel “sistema”: i leghisti. Che, invece, a Cernobbio sono rappresentati ai massimi livelli: ossia, nell’ultimo partito leninista, da Matteo Salvini, vicepremier e ministro degli Interni. Più il ministro dell'Istruzione Marco Bussetti. La presenza del “Capitano” - come viene chiamato dalla base il capo del partito, l'unico che è riuscito a esiliare nei cuori e nelle menti dei leghisti il “Capo”, ossia il fondatore Umberto Bossi – appare coerente con il percorso avviato proprio da quest'ultimo e realizzato poi dai suoi principali allievi, dall’ormai fuori gioco Roberto Maroni al perdurante Giancarlo Giorgetti, già ministro della Commissione Bilancio e oggi capomacchina del governo come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, fino al presidente della Regione Veneto Luca Zaia e, appunto, a Matteo Salvini: 25 anni di potere condiviso e praticato – soprattutto al Nord – con il mondo berlusconiano di Forza Italia, con l’universo delle fondazioni ex bancarie e con le numerose municipalizzate, consigli di amministrazione e influenza vera sui cosiddetti territori. Una pratica e un esercizio del potere e della responsabilità che, in qualche maniera, sono anche alla base della svolta – annunciata, vedremo quanto effettiva – di Matteo Salvini, che sul Sole 24 Ore di mercoledì 5 settembre ha dichiarato di accettare i paletti del rigore europeo.

Nel passeggio in riva al lago, nella lettura distratta dei giornali accumulati sui tavolini del Grand Hotel Villa d'Este, fra un caffè e un aperitivo, gli industriali e i finanzieri, i lobbysti e gli accademici – tutti rigorosamente mainstream, in una Cernobbio che fin dagli anni Settanta ha contribuito a definire che cosa sia in Italia il mainstream – non rischiano dunque di imbattersi nei barbari veri. I Cinque Stelle, al massimo, compaiono nella loro versione più istituzionale e razionalista. Nel corso dei tre giorni, saranno presenti Elisabetta Trenta, ministro della Difesa espressione del mondo dei Cinque Stelle con una cifra più tecnica, e il sottosegretario agli Affari regionali Stefano Buffagni, uomo di raccordo con il mondo delle fondazioni ex bancarie, commercialista di professione con una impostazione – anche nella vita pubblica - pragmatica. Sono lontani – per i rappresentanti del “sistema” – i brividi provati nel 2013, quando Gianroberto Casaleggio, fondatore dei Cinque Stelle e della loro anima più radicale e visionariamente destrutturante, si sedette con loro all'Ambrosetti.

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