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Dalle sanzioni alla Russia ai rimpatri dei migranti, tutti i dietrofront di…

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IL LEADER DELLA LEGA

Dalle sanzioni alla Russia ai rimpatri dei migranti, tutti i dietrofront di Salvini

L’ultimo dietrofront in ordine di tempo è stato sul tema dei migranti. Dopo aver annunciato che, una volta al governo, avrebbe rimpatriato in tempi brevi 500mila irregolari, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha corretto un po’ il tiro delle sue dichiarazioni. Domenica, in un’intervista sull’emittente radiofonica Rtl, ha ricordato che, «se espelliamo ogni settimana tra tunisini, nigeriani ed altri cento, ci mettiamo ottant’anni a recuperare i cinque sei, settecento mila immigrati entrati negli ultimi anni». Non proprio tempi stretti.

Non è la prima volta che il leader della Lega, uno degli azionisti di maggioranza dell’esecutivo Conte, rimette mano alla linea. È già successo, di recente, in occasione della polemica con i magistrati siciliani nel caso del sequestro preventivo dei fondi del Carroccio e, in materia di conti pubblici, sul nodo dello sforamento del rapporto del 3% tra deficit e Pil per coprire le riforme, a cominciare dalla flat tax. Ed è successo, ancora prima, sul tema delle sanzioni comminate dall’Unione europea alla Russia all’indomani della crisi in Ucraina. Alla base di queste inversioni di rotta c’è spesso la distanza tra quello che per il ministro andrebbe fatto e quello che, di fatto, è possibile fare.

Fondi Lega, prima l’attacco alle toghe poi «totale rispetto per la sentenza»
La settimana scorsa, stretto tra le indagini di Genova sui fondi della Lega e l’avviso di garanzia con l’accusa di sequestro di persona per la vicenda di nave Diciotti, che era stato recapitato direttamente nel suo ufficio del Viminale, Salvini ha deciso di andare allo scontro con la magistratura. Durante una diretta facebook, dopo aver letto l’atto della Procura di Palermo ricevuto qualche minuto prima dalle mani dei carabinieri, ha attaccato i magistrati: «Qui c’è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato, con la piccolissima differenza che questo organo dello Stato, pieno di difetti e di limiti, per carità, è stato eletto, altri non sono eletti da nessuno». Le parole di Salvini hanno scatenato a stretto giro la polemica. Il segretario del Pd Maurizio Martina le ha definite «eversive». Il ministro della Giustizia Bonafede, esponente dei Cinque Stelle, ha preso le distanze dal collega di governo: «Il ministro può ritenere che un magistrato sbagli ma rievocare toghe di destra e di sinistra è fuori dal tempo - ha ammonito -. Non credo che Salvini abbia nostalgia di quando la Lega governava con Berlusconi. Chi sta scrivendo il cambiamento non può pensare di far ritornare l’Italia nella Seconda Repubblica». Alla fine Salvini ha deciso di fare dietrofront. Determinante in questo senso sarebbe stata una telefonata con l’alleato di governo pentastellato, resa nota da Di Maio ma smentita dal leghista, nella quale l’altro vicepremier gli avrebbe chiesto di correggere la linea sulle toghe. Sta di fatto che i toni sono cambiati: «Aspetto con totale rispetto, celerità e curiosità le sentenze che mi riguardano», ha confidato Salvini. Quanto ai magistrati, «spero che facciano bene e in fretta», rispettoso del «lavoro di tutti».

Caso "Diciotti", Salvini indagato attacca i giudici

Prima i toni accesi con l’Ue, poi il sostegno alla linea Tria
Un cambiamento di linea è emerso anche sul piano dei conti pubblici. Dopo aver rimarcato in più di un’occasione, anche in campagna elettorale, che prima vengono gli interessi degli italiani, poi le regole europee, Salvini ha scelto - così come ha peraltro fatto Di Maio - di abbassare i toni con l’Ue e di allinearsi alla posizione del ministro dell’Economia Tria, fautore del rispetto del tetto del 3% deficit-Pil, previsto dal trattato di Maastricht e contrario a un aumento del deficit. La flat tax, che è stato il cavallo di battaglia della Lega durante la cambagna elettorale, partirà dunque da gennaio, ma solo con un primo step. L’obiettivo è una sua applicazione progressiva, riducendo gradualmente l’entità delle aliquote e arrivando, non l’anno prossimo, alle due aliquote previste nel contratto di governo.

Alla fine l’Italia conferma le sanzioni alla Russia per la crisi in Ucraina
Un dietrofront nella sostanza è stato sul tema delle sanzioni europee comminate alla Russia dopo la crisi in Ucraina. Salvini si è più volte espresso a favore del superamento di queste misure restrittive. È convinto del fatto che colpiscono soprattutto le aziende italiane che, a causa delle barriere erette da Mosca a risposta delle sanzioni di Bruxelles, hanno perso terreno in quel mercato. Anche il contratto che sta alla base del “governo del cambiamento”, così come lo hanno battezzato Salvini e Di Maio, considera opportuno «il ritiro delle sanzioni imposte alla Russia, da riabilitarsi come interlocutore strategico al fine della risoluzione delle crisi regionali (Siria, Libia, Yemen)». Quando si è trattato di votare contro la conferma di queste misure restrittive, l’Italia si è allineata agli altri partner europei. Il Consiglio europeo di giugno ha approvato all’unanimità il prolungamento di queste sanzioni al 23 giugno del 2019. Una scelta poco in linea con le dichiarazioni alla vigilia del vertice.

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