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Perché il governo è «costretto» a durare

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OSSERVATORIO POLITICO

Perché il governo è «costretto» a durare

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

Quanto durerà l’attuale governo? È la domanda che si fanno in tanti in Italia e all’estero. Naturalmente è impossibile rispondere con certezza. Qualunque previsione è un azzardo. Quello che si può fare è chiedersi quali sono le ragioni per cui cadono i governi e capire se l’una o l’altra delle ragioni possibili si possono applicare al governo giallo-verde. I governi non cadono per caso. Anche quando sembra così, non è difficile individuare dietro il caso una ragione.

Anche per i partiti al governo l’obiettivo primario (non il solo) è quello di massimizzare la possibilità di restarci, e quindi massimizzare il consenso. M5s e Lega sono arrivati al governo con una dote elettorale scaturita dalle elezioni del 4 Marzo: 32,7 per cento di voti per il primo e 17,4 per cento per il secondo (dati Camera). Sappiamo già che dopo pochi mesi le cose sono cambiate. E di molto. Secondo gli ultimi sondaggi oggi la Lega è il primo partito con oltre il 30% delle intenzioni di voto. A Marzo c’era un distacco di circa 15 punti percentuali a favore del M5S. Oggi è il M5S a inseguire. Da questa prima fase della esperienza di governo la Lega ha guadagnato molto, mentre il M5s ha perso qualcosa in termini assoluti e parecchio in termini relativi.

Questo mutamento introduce un fattore di disturbo nel rapporto tra i due partiti. La competizione tra partiti non caratterizza solo la campagna elettorale. Nel caso di governi di coalizione continua anche al governo. Cooperazione e competizione sono le due facce dei governi di coalizione. Se prevale la prima i governi tendono ad essere più stabili. Succede il contrario quando prevale la seconda. È una questione di equilibrio. La grande crescita della Lega ha introdotto un elemento di tensione nelle file del Movimento al di là dei buoni rapporti tra Di Maio e Salvini.

Sappiamo bene la ragione dietro il successo della Lega. Si chiama immigrazione. Con le sue dichiarazioni roboanti contro le Ong e contro gli sbarchi Salvini è andato incontro ad una domanda pressante di tanti italiani che vogliono che le immigrazioni siano bloccate o quanto meno messe sotto controllo. Il leader della Lega ha dimostrato che la cosa è possibile e viene premiato. Non importa che, come nel caso della Diciotti, i migranti alla fine sbarchino. A livello di massa resta l’impressione che Salvini è l’uomo forte, quello che finalmente sta facendo qualcosa. Per i Cinque Stelle rincorrere Salvini su questo tema è impossibile. Non solo perché sono divisi al loro interno, ma soprattutto perché il tema immigrazione “appartiene” da sempre alla Lega. E su questo Salvini sta costruendo abilmente la sua fortuna.

Di fronte al successo di Salvini il M5s è in affanno. Per ristabilire l’equilibrio spezzato ha puntato per ora su un movimentismo a tutto campo. Si va dal “decreto dignità” alla abolizione dei vitalizi, al disegno di legge contro la corruzione, passando per la liquidazione dell’”Airbus-Renzi”, il ponte Morandi e l’Ilva. Per ora la strategia apparentemente non ha funzionato, visto che da primo che era il Movimento è oggi dietro alla Lega. Ma per riequilibrare i rapporti tra i due partiti il M5S ha una altra arma importante a disposizione: il reddito di cittadinanza. Questo tema sta al Movimento come l’immigrazione sta alla Lega. È il suo tema. Appartiene a lui e solo a lui. Quanto sia il rendimento elettorale di questo tema non si può dire oggi. Non abbiamo dati al riguardo. Quello che è certo è che il rendimento elettorale del tema immigrazione è stato altissimo per la Lega.

Sul reddito di cittadinanza non è stato deciso ancora nulla. Si vedrà nella prossima legge di bilancio quanti soldi verranno stanziati su questo capitolo. Salvini ha capito che su questo terreno deve cedere qualcosa per mantenere la cooperazione e tenere sotto controllo la competizione con il suo alleato. Quindi qualcosa si farà. Non è detto che sia sufficiente per ristabilire l’equilibrio. Dopo tutto anche Salvini non può rinunciare del tutto a ottenere qualcosa sul fisco per accontentare i suoi elettori nordisti. Per non parlare delle pensioni.

Se non si troverà un compromesso finanziariamente sostenibile, e allo stesso tempo accettabile a M5s e Lega, nei prossimi mesi si potrebbe aprire una fase nuova nel rapporto tra i due partiti. Più conflittuale. Soprattutto se la delusione nelle regioni meridionali per la mancata introduzione di un reddito di cittadinanza adeguato cominciasse a far venire meno quel consenso straordinario che il Movimento ha in questa zona del paese. Eppure anche in questo caso è difficile immaginare una rapida fine di questa esperienza di governo. Come dicono negli USA: “you cannot beat someone with no one”. Non si può battere qualcuno con nessuno. E in questo momento non solo non esiste una opposizione credibile, ma né Di Maio né Salvini hanno una alternativa con cui sostituire il governo attuale. Per ora.

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