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Torna la Cigs «per cessazione»: fino a 12 mesi in più di sussidio

Imagoeconomica
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Cancellata con il Jobs act nel 2016, torna la Cassa integrazione straordinaria per le imprese che cessano (o sono in procinto di arrestare) l’attività produttiva. Il nuovo ammortizzatore potrà avere una durata fino a un massimo di 12 mesi, e varrà per un biennio, vale a dire per gli anni 2019 e 2020. L’obiettivo è garantire un sussidio “ponte” a quei lavoratori coinvolti in crisi aziendali pesanti, in attesa di una loro ricollocazione.

Annunciata, in estate, dal ministro del Lavoro, e vice premier, Luigi Di Maio, durante una visita alla Bekaert - multinazionale belga che ha chiuso lo stabilimento in Toscana, delocalizzando in Romania e lasciando senza occupazione oltre 300 addetti - è pronta la norma che reintroduce la Cigs per cessazione d’attività. La disposizione (salvo intese) è inserita nel decreto urgenze, esaminato ieri dal Cdm. Per far scattare il sussidio occorre un accordo in sede governativa al ministero del Lavoro, assieme a Mise e regione interessata. Il trattamento di integrazione salariale spetta, in prima battuta, nel caso in cui l’azienda «abbia cessato o cessi l’attività produttiva». Non solo. La norma estende infatti i 12 mesi massimi di Cigs “per cessazione” anche alle fattispecie in cui «sia possibile realizzare interventi di reindustrializzazione del sito produttivo».

L’erogazione del sussidio è “condizionata”: debbono, cioè, sussistere «concrete prospettive di rapida cessione dell’azienda» (ci deve essere un acquirente), con «il conseguente riassorbimento occupazionale», attraverso pure «specifici percorsi di politiche attive».

Il tema è delicato. La riforma del 2015 ha ridisegnato la cassa integrazione per evitare gli abusi del passato, rendendo universale il sussidio di disoccupazione, la Naspi, fino a 24 mesi. Tuttavia, il mix di durate rigide e limitate a cui si è aggiunto l’aggravio di costi per le imprese utilizzatrici ha prodotto l’effetto di far crollare l’utilizzo della cassa, complice, in parte, anche una timida ripresa. Nei primi sette mesi dell’anno le ore di Cigs autorizzate dall’Inps, nel tendenziale, si sono pressocché dimezzate (-46,4%); e il tiraggio (vale a dire, l’utilizzo effettivo delle ore di Cigs richieste) si è fermato a un modesto 26,09%. Al tempo stesso, sono schizzate su le domande di disoccupazione (Naspi), che da diversi mesi viaggiano abbondantemente sopra le 100mila istanze; e soprattutto, non sono ancora decollate le politiche attive (dall’entrata a regime, lo scorso maggio, le domande di assegno di ricollocazione presentate in tutt’Italia non hanno superato le 2mila unità).

Di qui la necessità per il governo giallo-verde di affrontare con urgenza il dossier “crisi aziendali” per non lasciare senza tutele i lavoratori in uscita (le parti sociali già nel settembre 2016 avevano proposto soluzioni, recepite però solo in parte dal precedente governo).

Oltre al ripristino della Cigs per cessazione (certo, l’intervento andrebbe coordinato con gli strumenti esistenti, come l’accordo di ricollocazione), un altro tassello, inserito nel decreto milleproroghe, è l’ampliamento degli interventi di Cigs a sostegno dei lavoratori anche di aziende che operano in aree interessate da accordi di programma per la reindustrializzazione del sito produttivo in difficoltà (è il caso Merloni).

Per altre due misure si guarda invece alla legge di Bilancio: qui si ipotizza di aggiungere nel 2019 altri 100 milioni per la Cigs nelle aree di crisi industriale complessa. C’è poi “quota 100” con l’ipotesi di istituire un fondo per gestire gli esuberi (finanziato anche da Ape social).

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