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L’Uvi boccia la politica di coesione: lo sviluppo sociale più…

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L’UFFICIO VALUTAZIONE IMPATTO DEL SENATO

L’Uvi boccia la politica di coesione: lo sviluppo sociale più basso nella Ue è in Italia

Non è un giudizio lusinghiero quello che emerge dal rapporto dell’Ufficio valutazione impatto (Uvi) del Senato sull’efficacia in Italia della politica di coesione. Secondo lo studio, che somma il contributo di diversi esperti della materia, a incidere negativamente sono la qualità istituzionale e la mancata addizionalità delle risorse perché usate anche in sostituzione di spesa ordinaria. «L’Italia - si legge nel report - si ritrova oggi con un primato non invidiabile: ha il valore più basso di sviluppo sociale nella Ue-15 e il suo Mezzogiorno, con venti milioni di abitanti, è la più grande area depressa del continente».

L’Uvi, nel ricordare che la politica di coesione prevede per il ciclo 2014-2020 di erogare 352 miliardi di fondi strutturali, fa un ragionamento a ritroso partendo dal 2000-2006, prima della grande crisi economica, fino alla ripresa, confrontando le aree più svantaggiate di alcuni grandi paesi. «Gran parte del bonus di crescita regionale generato dalla politica di coesione in Europa si è concentrato in Germania. Gli impatti sull’occupazione regionale sono invece limitati al Regno Unito. Le regioni spagnole hanno beneficiato di migliore crescita durante la ripresa, senza impatti sull’occupazione. Mentre le regioni italiane hanno registrato migliori risultati occupazionali, ma si sono conclusi con la crisi. Ad ogni modo, «se diverse indagini hanno evidenziato l’impatto significativo dei fondi strutturali sul Pil pro capite nelle varie regioni europee, i risultati per le regioni italiane sono generalmente meno positivi».

Nell’analisi delle ragioni di questa debolezza, prevalgono le «carenze del contesto istituzionale». Da qui, secondo l'Uvi, soprattutto nel Mezzogiorno, «discendono i deficit in fase di programmazione; la scarsa velocità di esecuzione, connessa alle lentezze burocratiche; l’eccessiva enfasi su trasferimenti e incentivi che si sono spesso dimostrati inefficaci, soprattutto se distribuiti secondo pratiche discrezionali; l’elevata frammentazione negli obiettivi e negli interventi».

Una fetta di responsabilità va attribuita anche alla mancata addizionalità della politica di coesione. La crescita della spesa dei fondi europei ha solo in minima parte compensato il calo delle risorse straordinarie di fonte nazionale, mentre calava la spesa in conto capitale realizzata con risorse ordinarie.

Un ulteriore paragrafo è dedicato alla distribuzione delle risorse tra le varie regioni Ue. «Gli studi hanno dimostrato che l’effetto positivo sulla crescita annuale del Pil si registra tra i 305 e i 340 euro pro capite di risorse. Oltre questa soglia l’impatto sulla crescita regionale diventa trascurabile o nullo». Undici regioni Ue su 208 però hanno ricevuto nelle passate programmazioni più di 340 euro per abitante. Se il contributo fosse stato mantenuto sotto il limite utile, secondo il rapporto, l’Unione avrebbe risparmiato 5,1 miliardi di euro che avrebbe potuto utilizzare per aumentare il sostegno alle altre regioni meno sviluppate.

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