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La Zes a Napoli parte azzoppata: manca il decreto «burocrazia…

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le zone economiche speciali

La Zes a Napoli parte azzoppata: manca il decreto «burocrazia zero»

«Questa settimana con l'ultimo atto del governo, che è la formazione del comitato di indirizzo, facciamo partire la prima zona economica speciale d’Italia e sarà la Campania». È stato il vicepremier Luigi Di Maio, nei giorni scorsi a Nola, a rilanciare l’avvio delle attese Zes, ereditate dallo scorso Governo e ora in rampa di lancio. Con il porto di Napoli pronto a ospitarne la prima, con l’insediamernto del comitato di indirizzo atteso in settimana. Palazzo Chigi e ministero dei Trasporti nominano infatti due dei cinque membri del Comitato (dove siedono anche rappresentanti di autorità portuale e Regione).

Ma la prima Zes rischia di partire azzoppata: se la gamba del bonus fiscale sugli investimenti è già operativa (è il credito d’imposta Sud potenziato), manca ancora il decreto sulla burocrazia zero. Le semplificazioni amministrative (dai tempi rapidi per l’insediamento di capannoni e stabilimenti al taglio delle procedure doganali) sono infatti l’altra gamba su cui poggiano le Zes per attrarre gli investitori. E finora il provvedimento che deve stabilire quale e quanta burocrazia abbattere non ha visto ancora la luce. Anche se lo stesso Di Maio ha annunciato nei giorni scorsi di volersene occupare direttamente velocizzando l’iter: «Le Zes saranno il banco di prova - ha detto - della decertificazione che vogliamo fare nel Paese». Fatto sta che la prima Zes di Napoli, se partirà nei prossimi giorni come promesso, lo farà senza le semplificazioni annunciate. E i tempi potrebbero allungarsi visto che anche il precedente Governo per diversi mesi aveva tentato di scrivere il decreto (prima un Dpcm, poi in versione light un Dpr) ma senza successo.

Di zone economiche speciali - città, spesso porti - se ne contano circa 4mila nel mondo. Le più famose sono quelle di Dubai, Honk Kong, Shenzen e Singapore, ma anche quelle polacche, che hanno dimostrato come una burocrazia ridotta all’osso, accompagnata a una riduzione della pressione fiscale, sia capace di attirare investitori da ogni parte del mondo. Quelle italiane - nate per iniziativa del governo Gentiloni con l’obiettivo di rilanciare la strategicità dei porti del Sud e delle zone retroportuali attraendo nuovi investimenti, imprese e dunque più occupazione - potranno sfruttare innanzitutto un credito d'imposta per maxi investimenti fino a 50 milioni, ma anche semplificazioni e incentivi previsti non solo a livello nazionale nel decreto ancora mancante ma anche dalle Regioni che (come nel caso di Napoli e Gioia Tauro) stanno lavorando da molti mesi al piano strategico per il loro lancio.

Il piano strategico messo a punto dalla Campania - e recepito dal Dpcm firmato da Gentiloni a maggio scorso - per esempio delinea in 400 pagine l’area della Zona economica speciale che coinvolge per 5400 ettari 37 comuni con le aree più estese concentrate nei porti di Napoli, Salerno e Castellammare di Stabia e le relative aree retroportuali. Un piano che prevede come impatto economico, in un tessuto dove operano 16mila aziende, la mobilitazione di quasi un miliardo di nuovi investimenti, un aumento dell’export di 1,5 miliardi e una crescita dell’occupazione fino a 29mila addetti in più. Ma in pole per il futuro per diventare Zes ci sono anche il porto di Gioa Tauro (il relativo Dpcm di istituzione è stato siglatyo sempre dall’ex premier Gentiloni), Bari-Brindisi, Augusta (con Catania e Siracusa), Palermo, Cagliari e Taranto (collegate anche alle zone industriali di Matera e della Basilicata) con infine un ultimo porto ancora da individuare che dovrebbe unire aree delle Regioni Molise e Abruzzo. Con la speranza che le nuove Zes possano anche sfruttare le semplificazioni promesse.

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