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Al via la missione italiana in Niger dopo uno stallo durato nove mesi

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L’OPERAZIONE NEL SAHEL

Al via la missione italiana in Niger dopo uno stallo durato nove mesi

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Dopo uno stallo durato nove mesi al via l’operazione italiana in Niger per l’addestramento delle forze di sicurezza locali, impegnate nel cotrasto ai trafficanti di uomini (Fotogramma)
Dopo uno stallo durato nove mesi al via l’operazione italiana in Niger per l’addestramento delle forze di sicurezza locali, impegnate nel cotrasto ai trafficanti di uomini (Fotogramma)

Alla fine lo stallo sulla missione militare italiana in Niger, durato nove mesi, è stato superato e l’operazione di addestramento da parte di esercito, aeronautica e Carabinieri delle forze di sicurezza locali può prendere il via. I primi tre team di addestramento, riporta La Stampa del 20 settembre, sono già da qualche giorno a Niamey, la capitale del paese del Sahel. La missione si svilupperà all’interno della base militare Usa, accanto all’aeroporto e, se il governo nigerino lo riterrà utile, in qualche caserma locale.

La notizia è poi confermata dalla ministra della Difesa Elisabetta Trenta. L’obiettivo della missione italiana in Niger sarà quello di «arginare, insieme (alle forze nigerine - ndr), la tratta di esseri umani e il traffico di migranti che attraversano il Paese, per poi dirigersi verso la Libia e in definitiva imbarcarsi verso le nostre coste”. Lo scrive su Facebook il ministro della Difesa. «Ce l’abbiamo fatta: dopo 8 mesi di impasse abbiamo sbloccato la missione in Niger per il controllo dei flussi
migratori!».

Obiettivo dell’operazione: ridurre i migranti che puntano alla Libia
L’operazione “Misin” - questo è l’acronimo - ha un ruolo di primo piano nella strategia di sicurezza del governo M5s-Lega. L’addestramento delle forze di sicurezza locali (forze armate, gendarmeria nazionale, guardia nazionale e forze speciali della Repubblica del Niger) dovrebbe metterle nelle condizioni di fermare i trafficanti di esseri umani che operano nel paese subsahariano, riducendo così i flussi di migranti che da quelle zone si muovono per raggiungere la Libia, e quindi i porti italiani.

A gennaio il via libera del parlamento alle nuove missioni all’estero
L’operazione, che fa parte del pacchetto di missioni all’estero che ha ottenuto il via libera del parlamento a gennaio, si era impantanata per lo stop del governo locale. Secondo le autorità Niamey infatti, l’accordo raggiunto in precedenza con l’Italia - governo Gentiloni - non prevedeva il dispiegamento di militari italiani nel suo territorio. Dietro a questo dietrofront, formalizzato quando nel paese erano già giunti 42 militari italiani, alcune fonti ben informate hanno visto il pressing della Francia di Macron, che con il paese del Sahel ha rapporti consolidati, retaggio dell’esperienza coloniale. La scelta di Parigi di complicare i piani italiani sarebbe stata la conseguenza di una competizione via via crescente con Roma per la stabilizzazione della Libia. Lo stop ha fatto sì che l’operazione venisse concretamente “congelata”. I militari italiani sono dovuti rimanere per tutto questo periodo nella base americana, l’Air Base 101. Ora la svolta annunciata nell’articolo della Stampa dal ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Con la Francia che avrebbe dato il via libera all’operazione.

Il sostegno alla popolazione locale come leva diplomatica
Per ottenere il sì del governo del Niger, che alla fine è arrivato, l’Italia ha puntato sul sostegno alla popolazione locale. Ieri, 19 settembre, dall’aeroporto militare di Pisa è decollato, direzione Niamey, un volo umanitario dell’Aeronautica militare – il quinto dall’inizio della crisi sanitaria nel Paese - disposto dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale. L’operazione, con il suo carico di quasi 5 tonnellate di kit di farmaci e presidi sanitari, risponde a una richiesta di sostegno lanciata dalle autorità sanitarie del Paese africano per far fronte all’epidemia di colera, che ha colpito ad oggi circa 3.000 persone e provocato 57 decessi.

Padre Maccalli rapito da presunti jihadisti
Che la sicurezza nel paese del Sahel non sia garantita lo dimostra il rapimento, nella notte tra lunedì 17 e martedì 18 settembre, da parte di presunti jihadisti di padre Pierluigi Maccalli, della Società delle Missioni Africane (Sma). Padre Maccalli, originario della diocesi di Crema, già missionario in Costa d’Avorio, si trovava nella parrocchia di Bomoanga, diocesi di Niamey.

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