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Dossier La benzina potrebbe tornare a due euro. Ecco perché

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    Dossier | N. 205 articoliDossier circolazione stradale

    La benzina potrebbe tornare a due euro. Ecco perché

    Vi ricordate gli anni della crisi più nera, quando la benzina toccò quota due euro al litro? Erano il 2012 e il 2013 e potrebbero tornare. Non solo perché il prezzo del petrolio nell'ultimo anno e mezzo ha ripreso quota, ma anche perché sembrano maturare le condizioni per “sbloccare” gli aumenti delle accise, che “covano” dal 2014 e finora si è sempre riusciti - più o meno rocambolescamente - a rinviare.

    GUARDA IL VIDEO / Prezzo benzina a rischio aumento da gennaio

    Rispetto a quei tempi, c'è un problema in più: dopo il dieselgate (2015), gli italiani hanno iniziato gradualmente ad abbandonare le vetture a gasolio, spesso riconvertendosi ai motori a benzina.

    LA COMPOSIZIONE DEL PREZZO DEI CARBURANTI
    Fonte: Unione petrolifera su dati Mef

    Gli aumenti nel 2011, quando lo spread schizzava
    Tutto era iniziato nel 2011, quando vennero al pettine i nodi della finanza pubblica italiana. Così, tra la fase finale dell'ultimo governo Berlusconi e l'anno e mezzo di Mario Monti, ci furono tanti inasprimenti fiscali. Tra cui quelli, ripetuti, delle accise.

    Nei primi mesi del 2012, la benzina toccò (e in alcuni distributori, soprattutto autostradali, superò) la soglia psicologica dei due euro. Un'enormità, se si pensa che appena una dozzina di anni prima era stato infranto un altro muro importante come quello delle duemila lire al litro, che equivalgono a poco più della metà del record del 2012.

    Per chi andava a gasolio c'era il sollievo di un prezzo inferiore mediamente di dieci centesimi al litro e di un motore con consumi più parchi del 20-30%. Ma era pur sempre un duro colpo al portafogli. Anche perché negli anni precedenti proprio i bassi consumi del diesel mascheravano la minore efficienza di suv, crossover e vetture alte in generale sui percorsi extraurbani, erodendo il risparmio concretamente realizzabile alla pompa.
    Gli 80-90 euro necessari per fare il pieno su un'auto media facevano davvero impressione.

    L’aumento delle frodi
    Il traffico diminuì. E le frodi nella rete di distribuzione aumentarono: maggiore è il prezzo, maggiori sono i profitti illeciti di chi trova il modo per evadere le accise o di chi “allunga” il combustibile con altre sostanze che poi si rivelano devastanti per i sofisticati e costosi impianti di iniezione dei motori moderni.
    Nacque così quella che gli addetti ai lavori chiamarono “illegalità”. Un fenomeno che dura ancora oggi, tanto che la Legge di bilancio di quest'anno ha introdotto la fatturazione elettronica e altre misure antifrode.
    Ne risentì anche il gettito delle accise, tanto che nelle casse dello Stato entrarono meno soldi del preventivato: scricchiolava la tradizionale certezza che la tassazione dei combustibili fosse per lo Stato un bancomat, cioè il modo più rapido e sicuro per procurarsi risorse.

    La diminuzione del traffico
    Presto si capì che una situazione del genere non sarebbe stata sostenibile a lungo: i benefici dati dal calo di inquinamento e incidenti non erano compensati dalla stagnazione economica che la diminuzione del traffico comportava in una società non ancora pronta a una decisa riconversione ecologica. Il prezzo più alto lo pagavano i milioni di pendolari costretti comunque a usare l'auto per mancanza di mezzi alternativi. Senza contare le conseguenze per i tanti autotrasportatori italiani, già esposti a costi che li rendono poco competitivi rispetto ai loro colleghi dei Paesi dell'Est.
    Quindi non fu un caso se nell'estate 2012 la compagnia petrolifera di Stato (Eni) sacrificò i propri margini per abbassare drasticamente i prezzi la domenica: 1,60 euro per la benzina, 1,50 per il gasolio. Le code domenicali ai distributori dimostrarono quanto sentito fosse il problema e costrinsero le altre compagnie (e talvolta singoli gestori) ad allinearsi.

    Il miglioramento dal 2014
    La situazione migliorò sensibilmente nel 2014. Certo, le accise venivano sempre usate come un bancomat, ma lo Stato non poteva più tirare la corda. Tanto che, quando si trattò di finanziare una misura ritenuta importante per l'economia come l'Ace (Aiuto alla crescita economica, una detassazione degli investimenti), lo si fece sempre con le accise, ma introducendo una clausola di salvaguardia: il loro aumento veniva sospeso, nella speranza che nel frattempo maturassero condizioni favorevoli (come un aumento del Pil e quindi del gettito di Iva e imposte sui redditi) in grado di finanziare “spontaneamente” la misura.
    Ora questa clausola di salvaguardia sta per scadere e le condizioni favorevoli non sono maturate. Se nel testo iniziale della prossima Legge di bilancio non si troveranno vie d'uscita alternative, il 30 novembre l'agenzia delle Dogane dovrà varare il primo di tre aumenti consecutivi. Che entreranno in vigore il primo gennaio dei prossimi tre anni.

    Prezzi già in forte aumento rispetto a inizio 2017
    Non si può ancora sapere quanto peseranno sul prezzo finale al litro: si tratta di dividere la somma complessiva necessaria alle casse dello Stato (140,7 milioni per il 2019, 146,4 per il 2020 e 148,3 per il 2021) per il numero di litri che si prevede saranno venduti. E, rispetto a quelli iniziali del 2014, i calcoli potrebbero essere diversi: nel frattempo, la struttura dei consumi è cambiata.
    Occorre valutare insieme due fenomeni di segno opposto.
    Da un lato, il fatto che, tra clausole di salvaguardia e petrolio a buon mercato, gli italiani si erano abituati a prezzi bassi: a inizio 2017 il gasolio, in certe zone ad alta concorrenza come Emilia-Romagna e Veneto si poteva trovare anche a poco più di un euro al litro. Il prezzo attuale è già del 40-50% più alto. L'effetto psicologico di un ulteriore aumento potrebbe essere sensibile e portare a un altro calo del consumi.

    La ripresa dei motori a benzina
    Dall'altro lato, in parte i consumi potrebbero aumentare: dopo il dieselgate, una quota di vetture a gasolio è stata dismessa. E sostituita non da esemplari ibridi o addirittura elettrici come la comunicazione delle aziende lascia far credere, ma prevalentemente da “tradizionali” motori a benzina. Certo, il fenomeno è stato meno marcato rispetto agli altri principali mercati europei. Ma si è verificato anche da noi.
    I motori a benzina per molti sono stati l'unica alternativa praticabile al diesel: l'offerta di ibridi e, soprattutto, elettrici non è ampia e non di rado le differenze di prezzo rispetto alle alimentazioni tradizionali restano notevoli. Oggi i motori a benzina sono più efficienti rispetto a dieci anni fa, ma non in alcune condizioni della guida normale in cui si spinge abbastanza sull'acceleratore.
    A questo va aggiunto che i prezzi del petrolio non scenderanno di certo ai livelli di inizio 2017. Da allora è iniziata una risalita, facilitata anche dalle tensioni geopolitiche che si sono riacutizzate in molti dei principali Paesi produttori. Per ora i rialzi non hanno toccato le punte previste da alcuni, ma non è detto che non lo facciano in futuro.

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