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In Italia servono più «tecnici» come Daniele Franco, non meno

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In Italia servono più «tecnici» come Daniele Franco, non meno

Daniele Franco - Imagoeconomica
Daniele Franco - Imagoeconomica

Puntuale come ogni volta che la politica fa troppe promesse, arriva l’attacco ai tecnici dei ministeri. È successo in questi giorni, puntando il dito sul Ragioniere Generale dello Stato, ma è successo molte volte anche in passato, con governi di ogni orientamento politico. L’idea di fondo è che l’amministrazione pubblica abbia una sua agenda politica e remi contro il governo di turno.

Essendo stato per molti anni un funzionario dello Stato, di carriera avendo vinto un concorso, e avendo lavorato con governi di centro sinistra, centro destra e tecnici, posso dire che quasi sempre non è cosi. Lo scopo del funzionario pubblico, sopratutto di vertice come il Ragioniere Generale dello Stato, è quello di presentare opzioni di lavoro per permettere alla politica di fare scelte informate su quello che si può o non si può fare sulla base di vincoli.

Nel caso della finanza pubblica italiana, i vincoli sono ben noti e ce li ricordano ogni giorno i risparmiatori, piccoli e grandi, che possono ormai muovere i loro investimenti in una frazione di secondo da uno smartphone. Un paese che ha un debito pubblico che supera ampiamente la ricchezza nazionale prodotta, dinamiche demografiche non favorevoli alla crescita di lungo periodo, e tassi di interesse che tendono all'aumento e' un paese dove anche un decimale di deficit pubblico in piu' puo' rendere i risparmiatori-investitori piu' scettici. Ricordare queste cose alla politica, sopratutto se manca di esperienza e spesso anche di competenza specifica (gli esperti di conti pubblici in Italia si contano sulle dita di due mani) è proprio il compito della famigerata tecnocrazia.

L’importanza di una tecnocrazia adeguata ci viene ricordata anche dalla tragica vicenda del ponte Morandi e dal dibattito che ne è conseguito sulle concessioni autostradali. Se lo Stato vuole affidare in concessione un’opera di pubblica utilita' deve aver le competenze per scrivere i contratti, per monitorarne l’applicazione e per sanzionare se necessario. A maggior ragione se lo Stato vuole gestire in prima persona pezzi dell’economia. La competenza e indipendenza dalla politica diventano le due principali chiavi del successo se misurato in termini di soddisfazione del cittadino-utente.

Ma lo svuotamento di competenze a cui si assiste ormai da almeno vent’anni nella pubblica amministrazione insieme alla ricerca spasmodica di fedelissimi ha fatto sì che sia sempre più rara l’indipendenza di giudizio e la capacità di fornire alla politica un quadro accurato e informato delle opzioni.

Ecco perché il discorso va ribaltato è piuttosto che dire ”via i tecnici dai ministeri” bisognerebbe fare una campagna per più tecnici nei ministeri: più ingegneri per gestire bene le concessioni, più informatici per fornire servizi migliori e più rapidi ai cittadini, più economisti per spiegare gli effetti economici delle norme.

Oggi i ministeri hanno in organico circa 3 mila dipendenti con un diploma di specializzazione post laurea (dottorato di ricerca). Immaginiamo cosa potrebbero essere i ministeri se in tre anni questo numero triplicasse, arrivando a 10mila: significherebbe che in ogni ministero ci sarebbero 500 persone con forte competenza e specializzazione, giovani e motivati, che potrebbero fornire alla politica le informazioni necessarie per fare le legittime scelte. Scelte che non dovrebbero certo essere delegate alla tecnostruttura ma lasciate in mano alla politica.

Attaccare l’attuale Ragioniere Generale dello Stato, che per inciso è notoriamente il principale esperto di conti pubblici in Italia e venendo dalla Banca d’Italia è per definizione un servitore dello Stato, è attaccare il bersaglio sbagliato. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché ci sono così poche competenze e una delle ragioni è proprio la continua denigrazione della figura del funzionario pubblico.

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