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Licenziamenti, perché la Consulta «smonta» il Jobs Act

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la sentenza

Licenziamenti, perché la Consulta «smonta» il Jobs Act

La predeterminazione “rigida” da parte del Legislatore dell’indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato nei nuovi contratti a tutele crescenti è illegittima.
La Corte costituzionale, con il dispositivo appena pubblicato, boccia il principio cardine introdotto con il Jobs act per individuare la forma di ristoro monetaria sostitutiva della tutela reale nei casi di recesso datoriale illegittimi.

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Facciamo chiarezza. Le nuove tutele crescenti, in vigore dal 7 marzo 2015, hanno marginalizzato la reintegrazione, sostituendola nei licenziamenti economici e in parte disciplinari, con indennizzi monetari crescenti in base all'anzianità di servizio del lavoratore. Oggi, a seguito delle modifiche operate dal decreto Conte di metà luglio, gli indennizzi oscillano da 6 (minimo) a 36 (massimo) mensilità. La scelta del Legislatore del 2015 era quella di fornire certezza sui costi di separazione, sia per le aziende sia per gli stessi lavoratori.

Per la Consulta, con il dispositivo pubblicato, non è in discussione il meccanismo di ristoro economico al posto della tutela reale. Cioè, le tutele crescenti continuano a esistere. A violare la costituzione è piuttosto la previsione di una indennità crescente in ragione della sola anzianità aziendale. Questa previsione, secondo i giudici di legittimità, contrasterebbe con i principi di ragionevolezza e uguaglianza, e, anche, con il diritto e la tutela del lavoro.

Il tema è delicato, e politicamente suona come una bocciatura al Jobs act. Bisognerà però attendere le motivazioni per capire l'impatto pratico sui processi in corso. Certo, frenare la possibilità del Legislatore di fissare i criteri per determinare i ristori economici, potrebbe riaffidare il compito ai giudici del lavoro, che, come in passato, torneranno a decidere caso per caso.

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