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Dossier | N. 21 articoliDOSSIER / Manovra 2019

Perché la “manovra del popolo” verrà pagata soprattutto dai giovani

Reddito di cittadinanza, pensione di cittadinanza, abolizione della riforma Fornero. Tre fra i capisaldi della «manovra del popolo» annunciati ieri dal vicepremier Luigi Di Maio rischiano di scaricarsi su un bersaglio comune: i giovani, intesi come il blocco anagrafico che è appena entrato nel mercato del lavoro o cercherà di metterci piede nei prossimi anni.

Ad aumentare la “tassa” sulle nuove generazioni sono soprattutto le due misure che hanno tenuto sotto pressione fino all'ultimo l’esecutivo, l’abolizione della Fornero in primis e il reddito di cittadinanza (oltretutto destinato a sottrarre fondi al programma europeo Garanzia Giovani).

Un tandem di misure dai costi importanti - 7 miliardi di euro la prima, 10 miliardi la seconda - senza garanzie chiare sui risultati. Il reddito di cittadinanza potrebbe creare più spese che benefici, mentre il nuovo sistema pensionistico, la cosiddetta quota 100, si tradurrebbe in un carico fiscale ultradecennale per le nuove generazioni. Senza considerare alcuni effetti collaterali a misure minori, come un incremento del precariato.

La zavorra della quota 100 e il (finto) contrasto giovani-anziani
Iniziamo dalla seconda. Il costo più tangibile, per le nuove generazioni, arriverebbe dall’introduzione della cosiddetta quota 100 sulle pensioni (un sistema che permette di andare in pensione in anticipo quando si raggiunge la somma 100 fra età anagrafica e anni totali di contributi). Qui si parla di un costo di 7 miliardi per il 2019, ma la spesa rischia di spalmarsi soprattutto sul lungo periodo. Il perché è abbastanza semplice. Se si permette di abbassare l’età pensionsabile rispetto ai 67 anni attuali, le opzioni sono due: abbassare l’assegno pensionistico di chi sceglie di ritirarsi prima o far pagare il tutto alla fiscalità generale. A quanto si apprende la via percorsa dalla quota 100 dovrebbe essere la seconda, traducendosi in un maggior carico di tasse per chi verserà i contributi in futuro. «È abbastanza chiaro che i costi si scaricherebbero in maniera sempre maggiore sui giovani, cioè chi lavorerà in futuro» spiega Francesco Daveri, ordinario di Politica economica all’Università di Parma e docente di Macroeconomia alla business school della Bocconi.

Sia Salvini che Di Maio hanno sostenuto, però, che la platea di lavoratori in uscita (400mila) lascerebbe spazio a un numero identico di giovani in entrata. Un gioco a somma zero che, però, trova pochi riscontri nei fatti. «Dietro sembra

esserci l’idea di fondo che l’economia italiana sia imbalsamata, sempre con lo stesso numero di lavoratori: se ne escono 100 ne entrano 100. Ma non è così semplice» dice Carlo Mazzaferro, professore al dipartimento di Scienze statistiche all’Università di Bologna. Anzi, in realtà emerge il contrario: l’aumento del lavoro nelle fasce più adulte delle popolazione è sempre coinciso con l’aumento del lavoro anche per quelle più giovani. È vero che negli anni della crisi si è creata una polarizzazione sfavorevole alle nuove generazioni e,a tutt’oggi, il lavoro over 50 cresce a ritmo molto più intenso di quello under 30: il tasso di occupazione della fascia 55-64 anni è salito 46,2% al 52,2% fra 204 e 2017 contro il salto da 34,7% al 36% di chi ha fino a 29 anni. Ma in entrambi i casi le assunzioni sono vincolate a fattori diversi da una questione di flussi fra uscite ed entrate di risorse nella forza lavoro, come la crescita economica (tutt’altro che brillante per l’Italia), il cuneo fiscale (elevato) e, in generale, la capacità della aziende di assorbire certe risorse.

Il «bersaglio mancato» del reddito di cittadinanza
Il reddito di cittadinanza, il contributo da 780 euro per chi è disoccupato e maggiorenne, dovrebbe rivolgersi a invece un totale di 6,5 milioni di persone, senza differenziazioni particolari sull’età anagrafica. L’impatto teorico dovrebbe essere quello di ridurre la povertà relativa e di incentivare, in parallelo, una ricerca attiva del lavoro: i beneficiari sono tenuti a iscriversi ai centri per l’impiego, accettare una delle prime tre proposte che gli vengono avanzate nell’arco di due anni e seguire corsi di formazione. La manovra prevede anche una misura pressoché analoga in ambito prevideziale, chiamata «pensione di cittadinanza» e consistente nell’integrare gli assegni pensionistici inferiori ai 780 euro fino a che non si raggiunge quella soglia. L’idea del reddito di cittadinanza potrebbe servire a contrastare la povertà relativa delle nuove generazioni in alcune regioni del Mezzogiorno, dove i tassi di disoccupazione viaggiano anche oltre il 50% nella fascia 15-24 anni e intorno al 30% nel blocco dei 25-34enni.

Ma questo non si traduce in maggiore occupazione, con il risultato di aumentare il peso della fiscalità su tutti (giovani e meno giovani) senza risolvere i disagi della categoria più vulnerabile (i giovani, appunto). I problemi sono almeno due. In primo luogo l’incentivo monetario potrebbe fare da deterrente all’accettazione di un lavoro o favorire l’economia «informale», cioè in nero, permettendo ad alcuni beneficiari di mantenere un lavoro non dichiarato e incassare in parallelo il sussidio. In secondo luogo non è detto che i centri per l’impiego riescano davvero a produrre tre richieste di lavoro pro capite nell’arco di 24 mesi, se si considera che fra 2003 e 2010 (dati Isfol) hanno ricollocato meno del 3% di chi cercava lavoro. Va detto che la manovra accenna anche a una riforma delle strutture in questione, ma non è chiaro come verrà attuata e quali saranno le risorse specifiche scorporate dal pacchetto da 10 miliardi di euro per la misura.

Il possibile boomerang dell’aliquota al 15%
Un altro inconviente della manovra potrebbe nascondersi, curiosamente, in un’agevolazione: l’aliquota del 15% sulle partite Iva per i redditi fino ai 65mila euro. Il primo step verso quella che dovrebbe trasformarsi nella flat tax, anche se di “flat” è rimasto poco e si marcia verso un sistema con almeno due aliquote di imposizione. Il tetto, spiega Mazzaferro, potrebbe spingere i datori di lavori a preferire il lavoro autonomo all’occupazione dipendente, alimentando la stessa piaga nel mirino della componente pentastellata del governo: la precarietà. Il ragionamento di base è piuttosto crudo, ma realistico. Se si può scegliere di evitarsi i costi di assunzione, ha senso “ostinarsi” su stabilizzazioni che richiedono procedure burocratiche e fiscali così onerose? «Le imprese ragionano in base agli stimoli che ricevono - dice Mazzaferro - È chiaro che bisogna di aspettare e vedere come si evolveranno davvero questo norme. Ma se qualcosa conviene, chi impedisce alle imprese di metterla in pratica?».

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