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Quando Renzi voleva un deficit al 2,9% (per tagliare le tasse)

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Quando Renzi voleva un deficit al 2,9% (per tagliare le tasse)

Back to Maastricht. Era il 9 luglio del 2017 quando Matteo Renzi, non più premier dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016 ma di nuovo segretario del Pd dopo aver vinto per la seconda volta le primarie di partito, lanciava - attraverso un’anticipazione al Sole 24 Ore di un brano del suo libro Avanti - la proposta choc: un patto con Bruxelles di 5 anni per stare appena sotto il fatidico 3% fissato a Masstricht in modo da avere almeno 30 miliardi l’anno da destinare alla crescita.

Se si pensa che di lì a poco il premier Paolo Gentiloni e il suo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan presentarono una legge di bilancio che dopo lunga trattativa con Bruxelles fissava il rapporto deficit/Pil all’1,6%, si può capire la portata della provocazione di Renzi, che proponeva di fatto il 2,9% per cinque anni consecutivi. Tra Palazzo Chigi e via XX Settembre ci fu più di una bocca storta, e più di una telefonata per rassicurare quelli che Renzi chiamava «gli euroburocrati» sulle intenzioni del governo.

Quando nella notte scorsa i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno ottenuto la capitolazione del ministro dell’Economia Giovanni Tria “chiudendo” la Nota di aggiornamento al Def al 2,4%, in molti tra gli oppositori interni di Renzi sono riandati al quel Back to Maatricht. Come a dire: chi di populismo ferisce, di populismo perisce. Eppure la questione, come quasi sempre accade, è più complessa. Che la “via stretta” di Padoan non abbia premiato elettoralmente, d’altra parte, è di tutta evidenza vista la storica sconfitta del Pd alle urne del 4 marzo scorso. E più di un “liberal” dem si sta convertendo in queste settimane all’idea che l’Europa si debba rifondare su tutte altre basi promuovendo una grande fase di investimenti in favore della crescita.

Tra il 2,4% del governo giallo-verde e il 2,9% proposto a suo tempo da Renzi ci sono comunque almento due differenze di rilievo. La prima è presto detta: il governo M5s-Lega decide, almeno per ora, di sforare il deficit concordato informalmente con Bruxelles (1,6%) del tutto unilateralmente, rischiando quindi la reazione dei mercati prima ancora della procedura di infrazione. Mentre la proposta di Renzi, per quanto hard, era presentata come proposta di accordo con Bruxelles per cambiare insieme le regole. «Noi pensiamo che l’Italia debba stabilire un percorso a lungo termine. Un accordo forte con le istituzioni europee, rinegoziato ogni cinque anni e non ogni cinque mesi. Un accordo in cui l'Italia si impegna a ridurre il rapporto debito/Pil tramite sia una crescita più forte, sia un’operazione sul patrimonio che la Cassa depositi e prestiti e il ministero dell’Economia e delle Finanze hanno già studiato, sebbene debba essere perfezionata; essa potrà essere proposta all'Unione europea solo con un accordo di legislatura e in cambio del via libera al ritorno per almeno cinque anni ai criteri di Maastricht con il deficit al 2,9%».

E ancora: «Ciò permetterà al nostro Paese di avere a disposizione una cifra di almeno 30 miliardi di euro per i prossimi cinque anni per ridurre la pressione fiscale e rimodellare le strategie di crescita».

Un accordo, dunque, e non una decisione unilaterale. Ma è la seconda differenza quella che ci preme sottolineare: più deficit per fare che cosa? L’allora segretario del Pd, accennando all’operazione Cassa depositi e prestiti, pensava anche a una riduzione strutturale del deficit attraverso la valorizzazione e la vendita del nostro patrimonio immobiliare. E soprattutto immaginava di destinare il “tesoro” in deficit per ridurre la pressione fiscale e in favore di politiche volte alla crescita.

Ora bisognerà naturalmente attendere il varo della legge di bilancio per dare un giudizio compiuto, ma è chiaro che la sfida è destinata ad essere perdente se il maggior deficit serve a finanziare spese assistenzialistiche e correnti come il reddito e la pensione di cittadinanza, per non parlare del superamento della legge Fornero e quindi dell’abbassamento di fatto dell’età pensionabile a scapito delle giovani generazioni.

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