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la sentenza

Consiglio di Stato: non possono essere le leggi razziali a decidere oggi se una persona è ebrea

I benefici riconosciuti dallo Stato agli ebrei perseguitati dal fascismo non possono essere accordati rifacendosi alle leggi razziali, come invece riteneva di fare la Presidenza del consiglio e il ministero dell’Economia. Lo ha affermato con una sentenza sintetica ma assai chiara il Consiglio di Stato.

Il caso
Tutto nasce dal ricorso di una signora che, bambina di quattro anni all’epoca dei fatti, aveva dovuto dividersi dal padre perché quest’ultimo, medico ebreo all’Ospedale Le Molinette di Torino, era stato costretto a lasciare il lavoro e fuggire. L’allora bambina aveva vissuto con la madre italiana, della quale aveva adottato il cognome, abbandonando quello paterno. In anni a noi più vicini, la signora aveva chiesto allo Stato di poter ricevere i benefici riservati ai perseguitati dal fascismo. La Presidenza del consiglio glieli aveva, però, negati sostenendo che non risultava che all’epoca delle leggi razziali l’interessata fosse stata considerata dall’apparato statale come appartenente alla razza ebraica e che, dunque, fosse stata oggetto di persecuzione.

I ricorsi
La signora non si è data per vinta e ha presentato ricorso al Tar Lazio, che le ha dato ragione. Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia, però, sono convinti delle loro ragioni e si appellano al Consiglio di Stato. Per i giudici della quarta sezione di Palazzo Spada (decisione 5896/2018, presidente Filippo Patroni Griffi, relatore Daniela Di Carlo) non ci sono dubbi: la disposizione che ha riconosciuto i benefici ai perseguitati dal regime «scolpisce in maniera netta il significato da dare al concetto di “ebraicità” del soggetto richiedente, che è legato all’origine dello stesso richiedente e non al possesso di ulteriori (e non previsti dalla legge) requisiti».

Le leggi razziali
Dunque, la pretesa della Presidenza del consiglio e dell’Economia di legare l’”ebraicità” di una persona a quanto stabilito dalle leggi razziali (il regio decreto legislativo 1728 del 1938, che considerava di razza ebraica chi, tra l’altro, «appartenga alla religione ebraica o sia, comunque, iscritto a una comunità israelitica, ovvero abbia fatto in qualsiasi altro modo, manifestazione di ebraismo») è «un’operazione logico-giuridica scorretta».

Non si può guardare al passato
E questo per due motivi: perché la legge 17 del 1978, che ha esteso i benefici anche ai perseguitati ebrei, è «perfettamente auto-applicativa» e non ha bisogno di altri puntelli normativi, tanto più se vecchi di 80 anni e ormai cancellati dal sistema legislativo. Inoltre, perché «è irragionevole e e sproporzionata la pretesa dell’amministrazione di far dipendere (in senso sfavorevole al richiedente) i l possesso di un requisito per l’accesso a un beneficio di legge, dall’applicazione di una norma razziale lesiva dei diritti fondamentali della persona e, soprattutto, rispetto alla quale le leggi post-razziali (...) hanno inteso porre rimedio . Viene tradito, nella sostanza, lo spirito stesso della nuova disciplina».

Per l’origine ebraica non conta la religione
Insomma, la signora era indiscutibilmente di origine ebraica e lo ha ampiamente provato. E questo a prescindere dal fatto che avesse o meno abbracciato la religione ebraica o fosse formalmente iscritta alla comunità ebraica. Elementi, questi ultimi, che è «ben strano» richiamare oggi, tanto più se si considera - conclude il Consiglio di Stato - che all’epoca delle leggi razziali erano considerati «indice di disvalore giuridico solo laddove sussistenti e non, invece, mancanti».

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