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Cassano lascia: addio al campione più grande (che avremmo potuto…

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Servizio |splendori e miserie di «fantantonio»

Cassano lascia: addio al campione più grande (che avremmo potuto avere)

«Stavolta è finita per davvero». A 36 anni e tre mesi lascia il calcio per sempre Antonio Cassano, il maggior talento che l’Italia abbia avuto negli anni del dopo Roby Baggio. Chissà in quanti, leggendo queste poche righe, staranno saltando sulla sedia: sì, ma Totti? E Del Piero? Eggià: nomini Cassano e sorgono le divisioni. L’unica cosa su cui i 60 milioni di commissari tecnici che abitano lo Stivale potranno concordare è il fatto che Cassano sia stato il campione più grande che avremmo potuto avere. Perché, con la fantasia che «Fantantonio» si ritrova, tocca puntualmente scomodare il periodo ipotetico dell’irrealtà.

Una lettera d’addio
«Stavolta è finita per davvero» perché stavolta è lui stesso a dichiararlo, nero su bianco, in una lettera aperta affidata all’amico giornalista (e biografo) Pierluigi Pardo, da quest’ultimo puntualmente condivisa su Twitter. El Pibe di Bari Vecchia ringrazia il presidente dell’Entella Antonio Gozzi e i ragazzi «per l’occasione che mi hanno concesso. Adesso comincia il secondo tempo della mia vita, sono curioso e carico di dimostrare prima di tutto a me stesso che posso fare cose belle anche senza l’aiuto dei piedi». Parole di buonsenso che, pronunciate dal più incontrollabile tra i personaggi pubblici, suonano del tutto inedite: «In questi giorni di allenamento ho capito che non ho più la testa per allenarmi con continuità, per giocare a pallone servono passione e talento ma soprattutto ci vuole determinazione e io in questo momento ho altre priorità».

Spunta il saluto ai tifosi, «quelli dalla mia parte e gli avversari, perché senza di loro il calcio non esisterebbe. Il pallone mi ha dato tantissimo, mi ha fatto conoscere persone magnifiche, grandi campioni e gente comune. Mi ha tolto dalla strada mi ha dato una famiglia meravigliosa e soprattutto mi ha fatto divertire da matti. Ancora oggi quando mi capita di vedere una qualsiasi partita resto ipnotizzato. È il gioco più bello che c’è. Sì, lo so, con un altro carattere avrei potuto vincere di più e giocare meglio, ma, credetemi, ho vissuto comunque emozioni incredibili e oggi ho accanto a me le uniche cose che davvero contano. La mia famiglia, gli amici e zero rimpianti».

“Con un altro carattere avrei potuto vincere di più e giocare meglio ma, credetemi, ho vissuto comunque emozioni incredibili e oggi ho accanto a me le uniche cose che davvero contano. La mia famiglia, gli amici e zero rimpianti”

Antonio Cassano 

Una lettera che stupisce in quanto a equilibrio, senso delle priorità e capacità di auto-analisi, le stesse doti che a Cassano sono sempre mancate, quelle con le quali pure il più puntuto tra i critici a quest’ora toglierebbe il condizionale passato che intercorre tra l’ex numero 99 doriano e l’espressione fuoriclasse assoluto.

Lo chiamavano predestinato
E dire che sembrava un predestinato. Nato il 12 luglio 1982, il giorno dopo il trionfo di Bearzot ai Mondiali di Spagna. Cresce senza padre, passa l’infanzia tra i vicoli di Bari Vecchia, dove non mancano le cattive compagnie, debutta in serie A con la maglia della squadra della sua città grazie a Fascetti, vecchia volpe che lo nota. E lui lascia immediatamente il segno: prodigioso gol vittoria del memorabile 2-1 al San Nicola contro l’Inter di Baggio, Vieri e Ronaldo, quello vero. Tanta roba per un ragazzino di 17 anni.

Vedi alla voce «cassanata»
Due anni più tardi passa alla Roma che si è appena cucita sul petto il terzo scudetto della propria storia, sembra l’occasione del grande salto ma è soltanto la prima tra le innumerevoli parabole di una carriera che alterna splendori e miserie, in perfetta coerenza con il senso del calcio espresso dal grande Eduardo Galeano, non a caso grandissimo estimatore di Fantantonio in vita. Cassano ci mette un attimo ad arrivare più in alto di tutti ma è altrettanto rapido a scivolare nel vuoto: gli basta un’incostanza, un’intemperanza, qualche «vaffa» di troppo. Conquista tutti, poi litiga con qualcuno e sbatte la porta. «Cassanate», l’allenatore-sergente di ferro Fabio Capello le battezza così e l’opinione pubblica si adegua. Come fu per quella maglia lanciata contro l’arbitro Pierpaoli dopo l’espulsione nel famoso Sampdoria-Torino 2-2 di ormai dieci anni fa.

Cassano lancia la maglia all’arbitro Pierpaoli in un Sampdoria-Torino del 2008

Splendori e miserie del «Pibe di Bari Vecchia»
Passa per il Real Madrid, dove viene ricordato più per i chili di troppo e l’imitazione di Capello che per le giocate decisive, la Sampdoria, dove rinasce grazie a Mazzarri e al tandem con Pazzini, il Milan, l’Inter. Controverso, neanche a dirlo, pure il suo rapporto con la Nazionale: fa vedere colpi interessanti allo sfortunato Europeo del 2004, «buca» i Mondiali vittoriosi del 2006 perché con Lippi proprio non riesce a prendersi, torna in auge di nuovo agli Europei del 2012, con Prandelli che arriva in finale inventandosi là davanti un’accoppiata parecchio caratteriale Cassano-Balotelli. Dove la sregolatezza prevale puntualmente sul genio, perché pure Supermario, come case history, non scherza. Sarà l’ultima grande ribalta per la selezione azzurra. Prima del baratro dal quale ancora non riusciamo a rialzarci.

Gli ultimi giorni di Fantantonio
Quindi gli ultimi giorni da professionista: il Parma, di nuovo la Samp, il «gioco-non gioco» con il Verona, gli allenamenti all’Entella, perché si dà il caso che Fantantonio si sia accasato in Liguria - lui che da giovanotto si vantava di aver avuto 700 donne, molte delle quali soffiate addirittura al divo Beckham - con la pallanuotista Carolina Marcialis dalla quale ha avuto due figli: Christopher, come il Lambert attore di Highlander, e Lionel come Messi, stesso ruolo di Fantantonio, cinque anni in meno e qualche soddisfazione in più in carriera. Già, Messi: il «collega» che Cassano stima maggiormente, quello che percepisce come superiore, al cui posto a quest’ora avrebbe potuto essere. «Se quindici anni fa - raccontò a un intervistatore - avessi avuto mia moglie Carolina al fianco, con la stabilità che ti danno i figli, la mia storia nel mondo del calcio avrebbe avuto ben altri risultati». Suona un po’ come il «se fossi nato brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé» detto da George Best, altro fuoriclasse tutto genio e sregolatezza, certo più decisivo del Pibe di Bari Vecchia. E dire che, almeno da questo punto di vista, Fantantonio partiva avvantaggiato.

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