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Test di Medicina, perché abolire il numero chiuso manda in tilt…

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Servizio |il paradosso: boom di disoccupati

Test di Medicina, perché abolire il numero chiuso manda in tilt il sistema

Se ne era parlato prima nel «contratto del cambiamento» Lega-Cinque stelle, poi nel comunicato stampa del governo sulla manovra. Ora sembra tutto in stand by, ma il sasso è stato lanciato: abolire il numero chiuso al corso di laurea in Medicina e chirurgia, il test che screma l’accesso ai sei anni del corso per decina di migliaia di aspiranti camici bianchi. La proposta,smentita ufficialmente dal ministro dell’Istruzione Marco Bussetti («Vogliamo solo aumentare i posti»), riemerge a cadenza ciclica, per ragioni ancorate più al mercato del lavoro che al diritto allo studio.

La tesi di fondo è che un aumento dei posti di studio a disposizione colmerebbe le carenze di personale negli ospedali, rimuovendo una barriera alla formazione dei futuri medici. Anche se l’ipotesi è sfumata, il vicepremier Matteo Salvini si è definito «da sempre contrario» al numero chiuso, perché in Italia «servono medici e ingegneri». E il principio viene difeso anche dalla titolare del dicastero alla Sanità, Giulia Grillo.

GUARDA IL VIDEO: Il pasticciaccio del numero chiuso a medicina

Peccato che l’equazione fra ammissioni al primo anno e fabbisogno occupazionale non sia così semplice. I diretti interessati (medici, atenei e rappresentanti degli studenti), fanno notare che un colpo d’accetta sulla sola prova di ingresso non garantirebbe un migliore incrocio di domanda e offerta, pregiudicando semmai la qualità della formazione delle nostre università. L’handicap della misura si rileva su almeno due fronti, intersecati fra loro: la sostenibilità didattico-infrastrutturale di un sistema ad accesso libero e l’aumento della disoccupazione che ne potrebbe scaturire.

Primo problema: sestuplicare gli studenti
Il primo scoglio è di natura contabile, nel vero senso del termine. Solo nel settembre 2018 si sono contati 67mila richieste per quasi 10mila posti, un affollament0 in linea con quello che si ripete per tutti gli anni accademici. Negli anni il totale di “aperture” è cresciuto di pari passo con le iscrizioni, se si considera che fino al 2008 ci si fermava a 7.547 posti su scala nazionale a fronte di oltre 40mila domande. L’aumento dei posti auspicato da Bussetti è già nei fatti e, dice il presidente Crui (Conferenza rettori università italiane) Gaetabo Manfredi, si potrebbe tranquillamente ipotizzare un incremento a 15mila posti entro tre anni. Un po’ diversa la prospettiva di una abolizione del test al primo anno, nell’immediato o sul «lungo termine».

Senza la preselezione, gli oltre 60mila studenti che si sono presentati sui banchi a settembre potrebbero fluire in blocco negli atenei. Udu, un sindacato di studenti universitari, si batte da anni per il superamento del modello attuale di numero chiuso. Ma fa notare ora che «abolirlo di punto in bianco sarebbe una follia - dice il portavoce Guido Martinato - Se aumenti di almeno sei volte gli studenti allora devi anche assumere professori, pagarli, investire sulle infrastrutture e mantenere il livello didattico a livello alto». Va detto che il governo ha parlato del superamento del numero chiuso in un’ottica di «lungo periodo», correggendo il tiro rispetto al comunicato di ieri. «In quel caso bisogna arrivare davvero a finanziamenti tali da sopportare quei numeri» fa notare Martinato. Già l’aumento a 15mila posti ipotizzato dalla Crui richiederebbe ritmi di «lavoro serrati», visto che si parla comunque di un incremento del 50% nel giro di meno tre anni. Cosa comporterebbe un aumento di (almeno) sei volte il totale di iscritti?

Secondo problema: l’effetto domino sull’occupazione
A quanto si apprende, e a quanto dice Salvini, l’addio al numero chiuso servirebbe a formare i medici «che servono» al nostro sistema. Oltre ai posti vacanti oggi, i sindacati di settore stimano un vuoto di 45mila figure per effetto dei pensionamenti nell’arco dei prossimi cinque anni. Il problema, rilevato anche dal Segretariato italiano giovani medici, è che il collo di bottiglia nell’accesso alla professione si crea dopo, non prima della laurea. Oggi anno, infatti, il concorso per le scuole d’accesso mette a disposizione un totale di borse sempre inferiore alle domande avanzate. Per il 2017-2018 si parlava di 6.934 contratti a fronte di 16.046 candidati (9.200 in più). Dati della Federazione
nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri stimano una media di 1000 laureati tagliati fuori ogni anno, con il rischio di finire ai margini se non ottengono neppure l’accesso al corso di Medicina di famiglia. Un bacino di medici sotto-occupati che andrebbe solo ad ampliarsi con ingressi indiscriminati fin dall’anno di esordio all’università.

«Già oggi c’è un pool di neolaureati e medici “per strada”, senza contare i migliaia che se ne vanno all’estero. Ha senso concentrarsi sul test di ingresso del primo anno?» si chiede Alfredo Guglielmi, presidente del Consiglio della Scuola di medicina e chirurgia dell’Università di Verona. «Il test è migliorabile e bisogna aumentare l’accesso alla professione - dice Guglielmi - Ma allora implementiamo tutto ciò che ruota intorno alla formazione dei giovani, all’assunzione di docenti, alle borse di studio per la specialità». Il potenziamento dello “stato dell’arte”, però, richiederebbe un volume di investimenti diverso da quello che si registra ora.

Secondo un rapporto a cura dell’Istituto per la competitività, un think-tank, la spesa sanitaria italiana è pari all’8,9% del Pil, poco sotto agli standard europei (9%) ma a distanza di sicurezza da paesi come Germania (11,3%) e Francia (11%). Statistiche che ci spingono nelle retrovie delle classifiche europee, tra l’altro a fronte dell’aumento di spesa privata. Finora il sistema ha retto, garatendo standard di formazione che restano elevati. Cosa succederebbe con l’accesso indiscriminato? Se lo chiedono anche i «giovani medici», il futuro più diretto della categoria: «Come potrà il sistema - si legge in una nota - permettere una formazione specialistica a un numero potenzialmente decuplicato di medici quando già oggi riesce a garantire le risorse per nemmeno la metà degli attuali laureati?»

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