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Medicina, i rettori: «Aumentare subito i posti del 50%»

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Medicina, i rettori: «Aumentare subito i posti del 50%»

No all’eliminazione del numero chiuso a medicina, sì all’aumento del “plotone” delle matricole da portare nel giro di pochi anni a 15mila rispetto alle 10mila attuali. È questa la proposta, compatta, che arriva dai rettori delle università italiane dopo l’ipotesi (poi rientrata) di cancellare il numero chiuso. «Ne abbiamo appena discusso durante un’assemblea della Conferenza dei rettori – spiega Francesco Frati, rettore all’università di Siena – e siamo tutti concordi nell'affermare che l’eliminazione tout court del numero chiuso non sarebbe assolutamente gestibile».

Secondo Rosario Rizzuto, medico e rettore dell’università di Padova, «è fondamentale garantire la qualità didattica in termini di aule, laboratori e strumenti, cosa che non riusciremmo a mantenere togliendo il filtro all’ingresso». A Padova per 320 posti sono arrivate 3mila domande: «Impensabile accoglierle tutte – commenta Rizzuto –: bisogna darsi obiettivi realistici e nel giro di pochi anni il numero di matricole potrebbe essere aumentato del 50 per cento, con l’impegno da parte degli atenei, ma anche dello Stato».
«Un’apertura totale sarebbe assolutamente ingestibile – ribadisce Fabrizio Micari, rettore all’università di Palermo -: non bisogna confondere il diritto allo studio con il diritto a iscriversi a medicina. Il primo deve tradursi nella possibilità di avere laboratori, tirocini, aule e strumenti, che per i futuri medici sono molto importanti». A Palermo alle selezioni per 350 posti si sono presentati 2.600 ragazzi. «Potremmo arrivare a 500 – dice il rettore - il test di ingresso si può sicuramente migliorare, anche se già così funziona bene, visto che i ragazzi che sono selezionati poi si laureano in corso e con voti alti».

«Il problema vero è che il numero di chi è ammesso nelle facoltà di medicina a oggi è insufficiente a garantire il ricambio generazionale dei medici – sottolinea Enrico Sangiorgi, prorettore alla didattica dell’Alma Mater di Bologna dove per 380 posti si sono presentati 3mila candidati -. Bisogna aumentare subito il numero delle matricole, fino a 15mila nel giro di due-tre anni».

Un altro collo di bottiglia viene incontrato dagli aspiranti medici anche all’ingresso delle scuole di specializzazione, dove ci sono circa 7-8mila borse, poche per garantire il ricambio generazionale in corsia. Sopratutto se si considera che le domande di ammissione viaggiano in media su volumi pari al doppio, con oltre 16mila richieste solo nel 2017. Il concetto è ribadito anche da Alfredo Guglielmi, presidente del Consiglio della Scuola di medicina e chirurgia dell'Università di Verona. Guglielmi auspica una riformulazione del test di ingresso, con un format che renda più equo l’accesso al corso di laurea. Ma l’abrogazione tout court delle selettività rischia di creare ancora più confusione, intasando ulteriormente «l’imbuto» fra laurea e accesso alle borse di studio per completare la specializzazione. «È chiaro che il modello del test di ingresso può essere rivisto, ma già oggi ci sono medici e neolaureati che restano “a spasso” perché non ci sono abbastanza borse a disposizione - dice -. Non dovremmo lavorare più su questo fronte, semmai?». Guglielmi fa un ragionamento anche sull’investimento (perduto) dell’intero sistema Italia: migliaia di aspiranti camici bianchi ripiegano sulle specializzazioni all’estero per evitare le strettoie della nostra specializzazione, “regalando” professionisti qualificati alla sanità internazionale. Un meccanismo che rientra in parte nei presupposti di una mobilità fra professionisti, ma in parte nella “fuga” di talenti verso sistemi più accoglienti. «Ogni medico richiede un “investimento” da circa 150mila euro, per poi far andare migliaia di giovani bravi all’estero - ragiona Guglielmi - Ne vale la pena?».

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