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I “grillini” e il distacco dal padre

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Commento|attacco a mattarella

I “grillini” e il distacco dal padre

Non chiamiamoli più “grillini”. L’appellativo, già sgraziato in sé, oggi è proprio fuori luogo. Il distacco dal padre fondatore si è consumato alla grande festa del Movimento 5 stelle. Lì, Beppe Grillo, come avviene dalla nascita del movimento , pensa di lanciare la nuova parola d’ordine: è venuto il momento di ridimensionare i poteri del capo dello Stato – la guida delle forze armate e del Consiglio superiore della magistratura , la nomina di cinque senatori a vita.

Tutta questa concentrazione di potere non corrisponde più a quello che Grillo definisce, ingenuamente, «nostro modo di pensare». In luogo del consueto trionfo, scende il gelo, almeno quello dei seguaci prediletti, oggi capi politici, ministri e pluriministri ,vicepresidenti del consiglio, presidenti della Camera.

Quel gelo che attanaglia i padri quando si accorgono che i figli si sono d’improvviso fatti grandi, indipendenti, insofferenti. Quelle parole non riassumono il pensiero del movimento, ma il pensiero di un oramai solitario Beppe Grillo. La sconfessione avviene,impietosa, pubblica,fredda e lontana, infastidita, a nome dell’intero movimento; seguita dall’oltraggio, sotto specie di una telefonata di scuse allo stesso Sergio Mattarella, da parte del capo del Governo, un estraneo, un intruso.

Il primo disaccordo politico tra il fondatore e gli allievi prediletti? Di più. Nel merito Di Maio e gli altri concordano perfettamente con il rilievo di Grillo. Quel capo dello Stato è diventato un continuo, immanente ingombro, un ostacolo sulla strada della realizzazione delle tante promesse elettorali, a cui vanno aggiunte quelle, stravaganti ma concordate, dell’alleato leghista.

Su tutte incombe Sergio Mattarella, anche quando è silente, quindi prevalentemente. Forse soprattutto quando è silente. Ma l’idea di Grillo, un galantuomo alieno dalle astuzie dei politici di mestiere, che passa per la modifica della Costituzione, è macchinosa in sé; l’inevitabile referendum gela il sangue del giovane vicepresidente del Consiglio al solo ricordo del 4 dicembre 2016. La democrazia diretta va bene , ma solo se resta sotto controllo. Non solo: l’espansione del potere del capo dello Stato, cresciuto simmetricamente all’indisciplina costituzionale dei partiti nati dopo Tangentopoli e Mani pulite -inimmaginabile prima di allora - sta proprio nella laconicità con cui si definisce la funzione, quella di garante e difensore della Costituzione. Difficile, e inutile, ridimensionarla . Un potere esiguo quando tutto va bene, gonfiabile a dismisura in caso di attacchi alla convivenza istituzionale.

La via per indurre il capo dello Stato a miti consigli, o almeno per provarci, è già stata individuata nell’intimidazione, quella che consiste nella minaccia di mettere in stato d’accusa l’inquilino del Quirinale . E sperimentata, con cinismo raffinato e senza freni, al rifiuto di nomina di Savona all’economia. La minaccia , quella di farlo passare ,lui esimio costituzionalista e insieme garante della Costituzione, per un traditore dello Stato e un attentatore della stessa Costituzione. Pena giudiziaria prevista, l’ergastolo, quella giudiziaria; le altre, quelle personali, familiari, l’onore perduto, a fare da corredo. Quel grido, risentito ancora poche ore fa, «onestà ,onestà », ha il suono stridente, raggelante del gesso che riga la lavagna.

Il disegno, al primo tentativo, si è risolto in una precipitosa, ridicola e drammatica insieme, marcia indietro dei giovani giustizieri. Senza quelle scuse che chi ha memoria attende ancora. Ma la vicenda della manovra è lunga e irta di passaggi stretti, e l’autostima unita alla protervia dei neogovernanti ancora intatte, nonostante le prove di governo fin qui non esaltanti. Pochi giorni e sapremo.

montesquieu.tn@gmail.com

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