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A Roma una mostra racconta Mastroianni: divo del cinema dallo stile sommesso

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LA FOTOGRAFIA INEDITA

A Roma una mostra racconta Mastroianni: divo del cinema dallo stile sommesso

Marcello Mastroianni in La dolce vita, Cineteca di Bologna, Reporters Associati & Archivi
Marcello Mastroianni in La dolce vita, Cineteca di Bologna, Reporters Associati & Archivi

Il linguaggio del cinema che suggerisce un’alternativa ai toni gridati della politica di questi giorni. E lo fa attraverso il racconto di un’icona: Marcello Mastroianni. Un divo “atipico”: se da una parte è considerato il volto del cinema italiano più internazionale, mostro sacro e istrione, dall’altra, nella vita privata, chi lo ha conosciuto lo descrive come portatore di uno stile sommesso, paradossalmente lontano dalle luci della Dolce vita. La mostra su Marcello Mastroianni al museo Ara Pacis di Roma, che aprirà domani al pubblico proprio nei giorni della Festa del cinema, è soprattutto questo. «La sua silhouette - raccontava il regista Mario Monicelli - così discreta, senza parole inutili, così autoironica, ha portato nel mondo intero un’idea della nostra civiltà, della nostra cultura che ben pochi altri hanno saputo offrire con la stessa eleganza». «Uno stile nell’ombra - ha aggiunto il critico cinematografico Jean Gili - senza ecessi, senza abusi, preferendo le inflessioni interiori».

Marcello Mastroianni: attore immenso, artista complesso, uomo umile

Una vita intrecciata con il suo cammino di artista
L’esposizione romana ripercorre i fili intrecciati della vita e del cammino artistico. Oltre 140 film tra gli anni Quaranta e la fine degli anni Novanta, e non poco teatro. Un’esistenza che si è sviluppata tra un set e l’altro, tra un palcoscenico e l’altro, attraverso un’infinità di film, spettacoli, personaggi indimenticabili. Un percorso che si snoda attraverso circa 600 fotografie, quasi un’ora tra citazioni dei film e interviste all’attore.

La collaborazione con Fellini, di cui diventa un alter ego
La mostra ripercorre la sua carriera straordinaria. Dagli esordi con Riccardo Freda nel 1948 alla collaborazione con Federico Fellini, di cui diventò un vero e proprio alter ego. E molti riconoscimenti internazionali: tre candidature all’Oscar come Miglior Attore, due Golden Globe, otto David di Donatello, due premi per la migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes e due Coppa Volpi al Festival di Venezia.

Un attore su cui c’è molto da scoprire
Un attore entrato di diritto nell’immaginario collettivo, ma su cui in realtà c’è ancora molto da scoprire. La chiave di lettura, la strada da seguire in questo percorso, la indica Gian Luca Farinelli, il curatore dell’esposizione: dobbiamo tallonare la sua filmografia, perché è il vero specchio della vita di Mastroianni. Ecco allora che visitando l’esposizione si scopre che il Mastroianni uomo, la persona, probabilmente il suo lato meno conosciuto meno conosciuto. Dagli aneddoti dell’infanzia in Ciociaria, ai dieci anni di gavetta per entrare in quella che definiva “la fortezza dei sogni”, Cinecittà.

La gavetta e lo sguardo rivolto alla Fortezza dei sogni
Fisicamente riesce a entrarvi grazie a un preziosissimo pass avuto da alcuni parenti che lì gestivano una trattoria. Poi le prime comparsate, fino al primo ruolo importante, in cui è doppiato da Alberto Sordi, quello del vigile in Domenica d'agosto di Luciano Emmer nel 1950.

La consacrazione a sex symbol con La dolce vita
C’è anche una parte che registra la consacrazione a “sex symbol”, nel 1960 con La dolce vita. Un’immagine che Mastroianni non sente del tutto sua. Accetta il ruolo del protagonista impotente nel Bell'Antonio di Mauro Bolognini, con la sua capacità di opporre allo stereotipo del latin lover la persona normale. La mostra è l’occasione per scoprire cose dell’attore poco conosciute. Ad esempio, Mastroianni avrebbe voluto fare un altro mestiere. «Ho un po’ il rimpianto di cià che avrei amato essere: un architetto - confidava -. Chissà se sarei stato bravo. Un architetto realizza cose solide, che rimangono. Ma nel mio mestiere, cosa rimane? Delle ombre, delle ombre cinesi».

La confessione che diventerà il suo film testamento
Il filo conduttore del racconto all’Ara Pacis sono le parole di Mastroianni, rilasciate in occcasione di una “lunga confessione” ad Anna Maria Tatò, nel settembre del 1996 in Portogallo, tra una ripresa e l’altra di “Viaggio all’inizio del mondo”. Una confessione che diventerà il suo film-testamento. «Mi sono nutrito di cinematografo - racconta l’attore - e con me tutta la mia generazione». Da quella testimonianza viene fuori l’umiltà del personaggio, quell’umiltà che gli faceva amare gli altri attori, figure di un pantheon che raccoglieva Gary Cooper, Clark Gable, Tyrone Power, Errol Flynn, John Wayne, Greta Garbo, Jean Gabin, Louis Jouvet, Vittorio De Sica, Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Amedeo Nazzari, Totò, Assia Noris, e nel quale trionfava, non a caso, Fred Astaire, un attore capace, come sarà poi Marcello, di recitare con tutto il corpo.

L’altra anima dell’arte di Mastroianni: l’esperienza teatrale
Già il corpo. «Non si recita con tutto il corpo, al cinema - sottolineava Mastroianni -; a teatro sì. A me dispiace, perché il corpo ha una sua funzione precisa, esprime un atteggiamento del personaggio, esprime anche uno stato d’animo». Di qui la passione di Mastroianni per il palcoscenico. Viene scoperto nel C.U.T. (il Centro Universitario Teatrale, dove recitava pur non essendo iscritto all'università) da Emilio Amendola, amministratore della compagnia di Luchino Visconti che lo chiama nel 1948 per il ruolo di Mitch in Un tram chiamato desiderio di Tennessee Williams. Un aneddoto, uno dei tanti: la sera della prima è il panico. Ci penserà Vittorio Gassman a tranquillizzarlo.

(“Marcello Mastroianni”, Roma, Museo dell’Ara Pacis, dal 26 ottobre al 17 febbraio, a cura di Gian Luca Farinelli)

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