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I tre «non posso» della Banca centrale europea

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Servizio |falchi & colombe

I tre «non posso» della Banca centrale europea

Ci sono momenti in cui i banchieri centrali devono ricordare a chiare lettere quello che non possono fare. È successo ieri al presidente Mario Draghi rammentare a mercati e politici quello che la banca centrale europea (BCE) non può fare, cioè cedere alla pressioni per accomodare il ciclo economico, oppure i problemi fiscali dei singoli Paesi, o delle rispettive banche. Chi ha orecchie – a partire dal governo italiano – è bene che presti ascolto.

La Bce ha confermato la sua strategia di politica monetaria: gli impegni per i prossimi mesi in termini di espansione monetaria da un lato, e struttura dei tassi di interesse dall'altro, sono stati tutti confermati.

Ma anche nessuna notizia è una notizia, per come si disegna oggi l'azione delle banche centrali. Le banche centrali devono seguire una regola di condotta, che deve essere coerente con il proprio assetto istituzionale, tenendo conto delle informazioni disponibili. La fondamentale importanza del combinato disposto di azioni, parole e regole è stato ricordato dallo stesso Draghi: si tratta di una catena con tre anelli: efficacia, reputazione, ed indipendenza. L’efficacia della politica monetaria dipende dalla reputazione del banchiere centrale, che è a sua volta correlata alla indipendenza della banca centrale da pressioni anomale.

Ed è proprio in riferimento a tre diversi tipi di pressioni anomale che la BCE sta affrontando e dovrà continuare ad affrontare nei prossimi mesi che una serie di osservazioni espresse da Draghi possono essere riassunte appunto in tre “non posso”.

In primo luogo la BCE non può piegare la sua regola di condotta monetaria a suggestioni che nascono da ipotesi non robuste. La prima suggestione è quella che piace molto alle cosiddette colombe, vale a dire a chi vorrebbe che il percorso di normalizzazione della politica monetaria europea, oramai avviato ed in pieno corso, venisse rallentato, o addirittura interrotto, sulla base della cosiddetta incertezza congiunturale. L'incertezza congiunturale sta diventando una sorta di spada a doppio taglio: tutti – inclusi i banchieri centrali - tengono ad utilizzarla, magari strumentalmente, anche con il rischio però di farsi male. E' vero che qualunque indicatore di incertezza ci dice che in generale il quadro macroeconomico è più volatile; le fonti di rischio potenziali – protezionismo, mercati emergenti, ma anche Brexit ed Italia – esistono, ma non solo talmente robuste da suggerire – almeno per ora – un cambiamento di rotta.

In secondo luogo la condotta di politica monetaria deve essere assolutamente separata rispetto a questioni legate alla politica fiscale, sia essa europea o dei singoli. In generale, la separatezza tra politica monetaria e fiscale è un obiettivo non semplice da raggiungere per una banca centrale; basti pensare che ogni qualvolta la politica monetaria passa attraverso l’acquisto di titoli pubblici sui mercati finanziari, un riflesso fiscale di tale azione esiste. L’unico modo che una banca centrale avrebbe per essere completamente inattaccabile sarebbe quello di variare la liquidità operando con titoli di Paesi terzi, o con valute terze. Ma nessuno lo fa. Quindi occorre che i paletti istituzionali siano chiari. Draghi lo ha ricordato: la BCE deve essere indifferente rispetto ai problemi fiscali degli Stati membri, a meno di non essere chiamata a intervenire seguendo le regole - annunziate nel 2012 e mai applicate - in relazione alle cosiddette Operazioni Monetarie Definitive (OMT). In tali operazioni la discrezionalità della BCE sarebbe comunque opportunamente azzerata dagli impegni vincolanti richiesti al governo che ne chiedesse l’utilizzo. Il messaggio, a chi – fuori e dentro l’Italia – auspica o paventa interventi monetari a soccorso di politiche di bilancio indisciplinate, è limpido: la BCE non può offrire stampelle.

Altrettanto chiara è il terzo “non posso” della BCE: se una politica fiscale produce instabilità bancaria, l’unica soluzione è che la politica fiscale cessi di produrre tale instabilità. Di nuovo, le indicazioni di Draghi sono state risposte alle sollecitazioni sul caso italiano. Su questo punto, quello che è chiaro in generale è il fatto che la politica monetaria non debba occuparsi della stabilità finanziaria; è un compito della politica bancaria, per essere più precisi di quella macro prudenziale. Qui però i fatti e le parole devono e dovranno essere ancora più netti ed incisivi, perché l’assetto istituzionale della BCE da questo punto di vista non è a prova di bomba. Fino al novembre 2014, la BCE non si occupava di politica bancaria. Ma ora al suo interno opera e vigila la Supervisione Bancaria Europea. È vero che regole di governo – muraglie cinesi – sono state erette per separare le decisioni di politica monetaria da quelle di vigilanza. Ma anche la linea Maginot era una muraglia.

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