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Da Casteldaccia a Salerno, la mappa italiana delle case fantasma

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abusivismo e irregolarità fiscali

Da Casteldaccia a Salerno, la mappa italiana delle case fantasma

La villetta di Casteldaccia travolta dalla piena del fiume Milicia non era sconosciuta alle autorità. Il Comune ne aveva disposto la demolizione già nel 2008, anche se l’ordine era rimasto sulla carta. Inoltre, è pressoché certo che fosse compresa negli elenchi delle cosiddette case fantasma, gli immobili non iscritti in catasto individuati tra il 2007 e il 2009 dall’agenzia del Territorio. Un’operazione a tappeto di confronto tra fotografie aeree e mappe catastali, che ha fatto emergere 2,2 milioni di particelle (cioè, porzioni di mappa) su cui erano stati identificati fabbricati mai dichiarati al catasto.

Sul territorio
Come emerso a suo tempo dal bilancio finale dell’operazione, il record per numero di case fantasma se l’era aggiudicato la provincia di Salerno (105.228 particelle, il 5% del totale nazionale), mentre la maggiore incidenza era stata rilevata a Benevento (33.861, pari a 14,9 situazioni anomale ogni 100 edifici). Anche la provincia di Palermo, però, presentava numeri elevati: 62.868 situazioni irregolari (6 ogni 100 unità accatastate). Con ogni probabilità nella lista palermitana c’era anche la villetta in cui hanno perso la vita nove persone, nella notte tra sabato e domenica. Inducono a pensarlo due considerazioni: da un lato, all’epoca delle rilevazioni aeree l’edificio era già completato (come dimostra l’ordine di demolizione); dall’altro, è praticamente impossibile che il costruttore o il proprietario abbiano scelto di accatastarlo, come sempre accade nei casi di abusivismo insanabile (perché sarebbe un’autodenuncia).

Gli abusi dimenticati
Se era già stata individuata, perché la villetta è rimasta dov'era? La vicenda di Casteldaccia rimette in luce ancora una volta tutti i limiti delle politiche di contrasto all’abusivismo. La ricognizione delle case fantasma, infatti, fu un’operazione condotta essenzialmente a fini di regolarità fiscale: una volta evidenziate le difformità tra lo stato di fatto e le risultanze catastali venne chiesto ai proprietari di mettersi in regola con l’agenzia del Territorio (pena l’accatastamento d’ufficio), con tanto di aumento della rendita catastale e del conto di Imu e Tasi. Quando l’abuso era sanabile, il proprietario se l’è cavata con una multa. A volte non c’era neppure una irregolarità edilizia, ma si trattava di una semplice dimenticanza nell’aggiornamento del catasto. Il problema è che, in molti casi, l'individuazione delle case fantasma ha fatto emergere situazioni in cui il fabbricato non aveva una destinazione conforme a quella del piano regolatore o era collocato in zone con vincolo ambientale o entro le fasce di rispetto marittimo, lacuale o fluviale. In queste situazioni, il Comune avrebbe dovuto attivare la procedura di infrazione urbanistica, con la denuncia alla magistratura, destinata a concludersi – sovente – con il decreto di demolizione.

Gli interventi mancati
La regolarità edilizia e urbanistica, insomma, era ed è rimasta responsabilità dei Comuni. Che avrebbero potuto e dovuto consultare gli elenchi degli immobili fantasma, ma che spesso non l’hanno fatto o, che dopo averlo fatto, non hanno tratto le dovute conseguenze. Senza dimenticare tutti i casi in cui il proprietario - a prescindere dalle case fantasma - ha chiesto la sanatoria edilizia e gli uffici comunali, non potendola accogliere, si sono “dimenticati” di esaminare la domanda: una situazione che riguarda 5 milioni di istanze di condono. O i casi in cui la demolizione, pur formalmente ordinata, è stata rinviata di anno in anno per mancanza di fondi.

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