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Servizio |braccio di ferro

Crescita, interessi, deficit: i numeri che isolano l’Italia in Europa

La manovra italiana va in controtendenza rispetto ai programmi di bilancio degli altri 18 Paesi dell’Eurozona. E i numeri aiutano a spiegare l’isolamento che il ministro dell’Economia Tria si trova ad affrontare nei suoi confronti europei. Ora il titolare dei conti italiani lavora alla risposta da mandare alla Commissione entro il 13 novembre, in cui il governo punta ad argomentare e prova a smussare i passaggi più controversi. Ma è il confronto con i piani dei conti di tutti gli altri Paesi dell’area euro a misurare la distanza dalle cifre di Roma.

L’Italia va controcorrente sulle due variabili chiave intorno alle quali ruotano i conti pubblici. La crescita e il deficit. L’ambizione della manovra italiana è pesata dal fatto che siamo gli unici fra i grandi Paesi Ue a prevedere per l’anno prossimo un aumento dei ritmi di crescita. L’1,5% messo in calendario significa tre decimali in più rispetto all’aumento del Pil 2018, che rischia di essere abbassato ulteriormente dalle analisi congiunturali che Bruxelles diffonderà domani. Nonostante l’ottimismo inevitabile nei programmi dei governi, Germania e Francia prevedono di viaggiare nel 2019 agli stessi ritmi di quest’anno, e lo stesso fa il Belgio. La Spagna vede all’orizzonte un rallentamento di tre decimali di Pil, l’Olanda di due decimali e l’Austria prevede addirittura di passare dal +3% del 2018 al +2% del 2019.

Nel gruppo dei Paesi che vedono un 2019 più rosa del 2018 l’Italia è in compagnia della sola Grecia, che però sta rimbalzando dalla più grave recessione della storia europea recente, oltre che di Slovacchia, Lituania e Lussemburgo, economie decisamente troppo piccole per cambiare lo scenario di fondo. Ad animare l’eccezionalità italiana, nei piani del governo, sarebbe anche un’accelerazione record nella capacità di spendere davvero i soldi per gli investimenti. Nel 2019 le Pa centrali dovrebbero riuscire a spendere il 75% dei 2,9 miliardi aggiuntivi messi in campo dalla manovra, e quelle locali il 43%.

Un quadro analogo torna sul deficit. Il 2,4% finito al centro del dibattito significa un aumento del disavanzo di 6 decimali di Pil (11 miliardi) rispetto a quest’anno. Un’espansione simile (0,5% del Pil) si incontra solo in Germania. Ma Berlino non è in deficit, e per l’anno prossimo prevede quindi una limatura del surplus, dall’1,5% all’1%, per provare a mantenere inalterato il tasso di crescita. Scelte simili tornano in Slovenia, Lituania ed Estonia. L’unico aumento di deficit si incontra allora in Francia, che con il suo 2,8% consolida per l’anno prossimo il suo record europeo di deficit. Ma il ritocco parigino è di due decimali di Pil, un terzo rispetto a quello italiano, ed è temporaneo, dovuto alle ricadute contabili della trasformazione in detrazioni di alcuni crediti d’imposta. Esaurito questo effetto, nel 2020 il deficit francese è previsto all’1,4%, mentre quello italiano tornerebbe all’1,8% solo al terzo anno del programma.

La ricaduta a terra della battaglia sui decimali si ha sul debito, e sul costo degli interessi sui titoli di Stato. Qui il record italiano non conosce rivali: secondo il programma di bilancio gli interessi sui titoli supereranno i 1.100 euro ad abitante, cioè più del doppio della media europea che si ferma a 510 euro. Sopra i mille euro (1.017) arriva solo l’Irlanda, dove però il Pil pro capite è 2,2 volte quello italiano. La Francia si ferma a 648 euro per abitante, e la virtuosa Germania a 318. È un primato costruito negli anni, ma nel 2019 si consolida per l’aumento del disavanzo e per la fiammata dei rendimenti. Rendimenti che sui mercati restano comunque più alti di quelli incorporati nelle previsioni, con il rischio di aumentare ancora il conto se non ci sarà l’inversione di rotta sperata dal governo.

IL CONFRONTO IN EUROPA
(Fonte: elab. Il Sole 24 Ore su Documenti programmatici di bilancio inviati alla Commissione Ue dai Paesi dell'Eurozona)

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