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Il «ritorno» della fiducia e la funzione svilita del Parlamento

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Il «ritorno» della fiducia e la funzione svilita del Parlamento

Si riaffaccia sulla scena della politica il parlamento, vecchio primattore con il tempo un po’ trascurato. Con un allarme lanciato a tutta pagina dal direttore dell’Espresso, “Il parlamento come uno zombie”. E con il governo che chiede e ottiene la fiducia del Senato sul “decreto Salvini”, il decreto sicurezza.
Quella di Damilano appare, se si esclude il tetro linguaggio del titolo, una analisi difficile da sconfessare. Fosse una sentenza, la si direbbe carente nelle motivazioni. Del resto, è difficile rintracciare un commento sulle Camere che non inquadri la funzione parlamentare come un impegno meramente quantitativo, manovalistico. Deputati e senatori, i veri “furbetti del cartellino”.

Praticamente, la funzione legislativa - il quadro di regole di un paese, materia mobile, che attesta il progresso o il regresso di una comunità -, le altre funzioni, ridotte ad una sorta di presidio del territorio. Metro di giudizio, in primo luogo la quantità di presenze in aula: anche quando la seduta è un dialogo a due, un interrogante e il governo che risponde, spesso su temi locali; o nella discussione generale in aula sulle leggi, fase con il tempo atrofizzata e attivabile a richiesta. I “fannulloni“ sono lì, non perdono una parola, per fortuna sono pochi, ma vengono denunciati. Ovvero, si giudica dal numero di proposte di legge presentate da un singolo parlamentare, spesso dietro sollecitazione o addirittura stesura di interessi esterni: che non saranno mai calendarizzate, e che testimoniano della esistenza del proponente. Una informazione spesso pigra sottace l’atrofia ineluttabile di certi momenti, per la deprimente ma irreversibile attrazione dei soggetti politici verso mezzi di dialogo diretto con i cittadini, oggi addirittura personalizzato. Mezzi e nuove abitudini che sono alla base della disaffezione diffusa verso le istituzioni, non contrastata ma vellicata dalla politica, la quale spinge verso la forma istintiva e primordiale della democrazia, quella che rimuove il concetto di rappresentanza. Si ignorano le esigenze di studio, di approfondimento (fondamentali quando latita una cultura di base, di merito e politica, emblema del momento presente), documentazione, anche comparata, confronto, conseguenze sul tessuto sociale, che postula la legislazione su molti temi, praticamente tutti, oggi. Una “buona” legge in un anno è un bilancio importante. Momenti sommersi, misconosciuti al fine di procedere al discredito di una fondamentale funzione pubblica.

La fiducia su un “maxiemendamento” è l’altro evento della settimana. Diciamo che il “cambiamento“ garantito dal governo gialloverde non ha ancora lambito le camere, e si procede in piena sintonia con i detestati predecessori. In questo caso la funzione delle camere non è svilita, o non solamente: è del tutto espropriata. Arrivano direttamente da palazzo Chigi, dentro una confezione ermetica, testi spesso inestricabili come una giungla, anche per gli interpreti di mestiere (avvocati, commercialisti), e soprattutto cittadini comuni: che sono tenuti a rispondere, anche penalmente, dell’ignoranza di regole incomprensibili agli esperti. Il punto più basso al quale è ridotta la relazione tra governi ed elettori, spodestati della sbandierata sovranità. Il voto di fiducia: unica facoltà consentita ed imposta ai parlamentari, spesso a pena di espulsione, un sì o no al governo del momento, senza potersi pronunciare sull’argomento della legge.
Tutto questo piace ai partiti, ”quelli di prima” e quelli di ora. Tutto questo hanno voluto, e difendono, in una reciproca sintonia celata agli elettori; tutto questo difendono, i denti affondati nella catena di vergognose leggi elettorali con cui apparecchiano direttamente la composizione delle camere. Minima qualità per massima fedeltà: anche se spesso la fedeltà cambia la spalla su cui poggiare.
Il parlamento è un grande tema, che incrocia i destini di un paese. Questi sono due aspetti contingenti, ma non marginali. I rimedi sarebbero facili da individuare, se vi fosse la disponibilità a rientrare nell’alveo della Costituzione da parte di chi se ne è staccato. Ad esempio, con riferimento alla nitida precisione con cui l’art. 49 disegna i partiti politici, l’opposto di quelli modellati nell’ultimo quarto di secolo: un capo assoluto in luogo di una comunità, gerarchia feroce al posto della democrazia dei rapporti . L’autonomia dei parlamentari, la loro rappresentanza dell’intero popolo, e non di una fazione (art. 67): prerogative invise ai partiti, ma baluardo dei parlamenti democratici. Prima rimosse nei fatti, oggi minacciate di espulsione dalla Costituzione. La restituzione alle Camere della pienezza delle proprie funzioni, oggi sequestrate dai governi, anche da questo affratellati. Ancora, una legislazione elettorale stabile e ispirata al rispetto della sovranità popolare. Come hanno, e a cui non rinunciano, tutti i paesi decentemente democratici. Questo per cominciare.
montesquieu.tn@gmail.com

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