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Abrogare il valore legale della laurea? Un tabù superato dai fatti

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dopo la proposta di salvini

Abrogare il valore legale della laurea? Un tabù superato dai fatti

Il primo a lanciare il sasso è stato il vice premier Matteo Salvini: «È una questione da affrontare». Il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha aggiustato il tiro: «È un tema di cui si dibatte da tanti anni. In questo momento non è in programma, non è detto che poi possa essere analizzato». Di abolizione del valore legale del titolo di studio se ne parla ormai da decenni: nel recente passato ci ha provato il governo di centrodestra con il ministro Maria Stella Gelmini. E anche il Governo guidato da Mario Monti sollevò la questione. Ma il valore legale della laurea è da sempre un tabù. Anche se il tema che sta alla base è diverso. È cioè quanto oggi chi si laurea in un ateneo o in un altro in Italia ha effettivamente la stessa preparazione e soprattutto le stesse chance sul mercato del lavoro. Nei fatti sembrerebbe di no.

Quali sarebbero gli effetti in Italia
Ma cosa significherebbe se anche in Italia il “pezzo di carta” perdesse il proprio “valore legale”, come negli Usa? E cioè se la laurea smettesse di avere lo stesso valore se conseguita a Palermo o a Bolzano e se non venisse magari più richiesto un particolare titolo di studio come requisito per l'accesso ai concorsi pubblici? Il valore legale del titolo di studio nasce con l’idea di introdurre una sorta di marchio di qualità concesso dallo Stato alle università per garantire ai cittadini la qualità della formazione universitaria. Una garanzia per i cittadini che si servono di professionisti, ma anche per le imprese e il settore pubblico che assumono laureati con il “bollino” di qualità sulle competenze e su curricula certificati. Il limite del valore legale della laurea - secondo molti osservatori, soprattutto del mondo economico - sta nel suo uso formalistico che spesso ha ottenuto risultati opposti a quelli desiderati. La sua abrogazione potrebbe invece significare la liberalizzazione della formazione universitaria, lasciando che il mercato faccia da regolatore del valore della laurea nella sostanza e non nella forma. In pratica la nuova parola d’ordine sarebbe più concorrenza tra gli atenei con quelli più virtuosi - perché hanno i docenti e le strutture migliori e spendono meglio i fondi a disposizione - che diventerebbero i più ambiti dagli studenti per laurearsi e dalle imprese per assumere.

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Accesso più facile ai concorsi pubblici
Un fenomeno questo che all’estero è un dato acquisito e che anche in Italia - grazie anche alla diffusione di ranking e classifiche - sta prendendo piede. Insomma già oggi si può sostenere che per il mercato del lavoro non tutti i laureati sono “uguali”. Chi si diploma in un ateneo come la Bocconi o la Normale di Pisa ha sicuramente più chance. E chiunque prima di iscriversi si informa sulle performance dell’università. Non solo. Tra gli effetti ci sarebbe anche che con lo stop al valore legale chiunque potrebbe accedere ai concorsi pubblici indipendentemente dagli studi compiuti.

I potenziali rischi
Quale è invece secondo i detrattori il punto debole dell’abrogazione del valore legale della laurea? Il rischio è quello di favorire la creazione di università di serie A e B. In più l’effetto sarebbe anche l’aumento esponenziale delle tasse in quelle università ritenute migliori che escluderebbero i ragazzi provenienti dalle famiglie con meno redditi. In più sarebbero colpiti soprattutto gli studenti del Sud sia per il reddito procapite mediamente più basso che per le università che già oggi spesso non hanno le stesse performance di quelle del Nord. A spiegare quali sono i possibili rischi sono gli studenti del movimento Link: «L’abolizione del valore legale del titolo di studio, lungi dall’essere un modo per favorire il miglioramento dell’attività formativa all’interno degli atenei, costituirebbe il colpo di grazia per le grandi università a scapito di quelle piccole e del Sud, considerando differente la formazione ed il valore della laurea sulla base di parametri discrezionali e che non tengono conto delle esigenze degli Atenei, alimentando la competizione tra gli stessi Atenei e tra studenti che possono permettersi determinate Università e chi invece no».

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