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nel decreto fiscale

Tim-Open Fiber, presentato l’emendamento per la rete unica. Rischio tariffe più alte per salvare l’occupazione

Il governo accelera sulla norma per incentivare l’integrazione tra le reti a banda ultralarga di Tim e Open Fiber. A sorpresa l’emendamento è stato presentato stamattina in commissione Finanze al Senato dal relatore al decreto fiscale, Emiliano Fenu (M5S). Si è scelto dunque un veicolo dall’iter più avanzato rispetto al decreto semplificazioni, che era stato individuato inizialmente come provvedimento nel quale inserire la norma.

Facilitare la creazione di una rete unica Tim-Open Fiber
Nella sua ultima versione, la norma per facilitare la creazione di una rete unica Tim-Open Fiber presenta anche una “clausola occupazionale”. Con il rischio di contraccolpi sui prezzi finali. Nel determinare incentivi tariffari - si legge nel testo che Il Sole 24 Ore può anticipare - l’Authority per le comunicazioni (Agcom) dovrebbe tenere conto anche «della forza lavoro dell’impresa separata».

Un passaggio che sembrerebbe puntare a evitare contraccolpi pesantissimi dell’operazione, alla luce dei 22mila posti considerati a rischio. Una postilla necessaria, politicamente, anche per preparare il tavolo con i sindacati convocato dal ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio per il 22 novembre. Ma l’altro aspetto rilevante è l’aggravio che questo tipo di valutazione - cioè l’impatto occupazionale - potrebbe avere sul meccanismo di remunerazione degli investimenti e quindi - a cascata - prima sui prezzi all’ingrosso praticati dalla società della rete e poi su quelli applicati ai clienti finali. Così come configurata, in altre parole, la “clausola occupazionale” potrebbe essere ripagata dagli utenti con i costi in bolletta.

Si punta a una doppia modifica al Codice delle comunicazioni
La norma entrerà nel decreto fiscale all’esame del Senato, con un emendamento del relatore dei Cinque Stelle, e non più come articolo aggiuntivo al decreto semplificazioni come si era in un primo momento ipotizzato.
Si modificano gli articoli 50 bis e 50 ter del Codice (tra l’altro in una fase delicata, perché nel contempo sta per iniziare la trasposizione del nuove Codice europeo), regolando due casi: l’Agcom che fa una proposta di aggregazione delle reti oppure gli operatori che procedono in via del tutto volontaria. Nel complesso, si tratta di interventi che in realtà sembrano precisare competenze e poteri che l’Authority per le comunicazioni può in larga parte già esercitare. Confermando quindi che la norma ha soprattutto il valore di un “indirizzo politico”.
Già oggi l’articolo 50 bis regola i casi in cui l’Autorità può, a titolo di misura eccezionale, imporre alle imprese verticalmente integrate una separazione funzionale delle attività all’ingrosso. Tra le nuove causali, però, rientrerebbero ora «le possibili inefficienze derivanti dalla eventuale duplicazione di investimenti in infrastrutture nuove ed avanzate a banda ultralarga». Inoltre - altra modifica - nelle valutazioni sull’inefficacia della concorrenza, l’Autorità potrà valutare anche il «livello di autonomia dei concorrenti rispetto all’infrastruttura di rete dell’impresa verticalmente integrata avente significativo potere di mercato».

Possibile una “proposta” di aggregazione fatta dall’Agcom
Poi si entra nel merito della rete unica. E spunta la formula un po' tortuosa di una “proposta” fatta dall’Agcom. Nell’ambito del processo di separazione funzionale della rete, «l’Autorità può altresì indicare uno schema di eventuale aggregazione volontaria dei beni relativi alle reti di accesso appartenenti a diversi operatori in un soggetto giuridico non verticalmente integrato volto a massimizzare lo sviluppo di investimenti efficienti in infrastrutture nuove ed avanzate a banda ultralarga, anche tenuto conto delle possibili inefficienze derivanti dall’eventuale duplicazione di investimenti». Qui scatterebbe poi il meccanismo Rab (regulatory asset base): in caso di attuazione di questo schema, «l’Autorità determina gli adeguati meccanismi incentivanti di remunerazione del capitale investito».
L’altro scenario: che cosa succede in caso di aggregazione «spontanea»
Sulla remunerazione degli investimenti si sofferma la seconda parte della norma, che va a modificare l’articolo 50 ter del Codice, quello che disciplina i casi di separazione volontaria della rete (per intenderci quello al centro del progetto notificato lo scorso marzo da Tim all’Authority). Il testo specifica che qualora si proceda a un’«aggregazione volontaria» dei beni relativi alla rete di accesso «in capo ad un soggetto giuridico non verticalmente integrato e appartenente ad una proprietà diversa o sotto controllo di terzi», l’Autorità nel modificare gli obblighi regolamentari pre-esistenti «determina adeguati meccanismi incentivanti di remunerazione del capitale investito, tenendo conto anche del costo storico degli investimenti effettuati in relazione alle reti di accesso trasferite, della forza lavoro dell’impresa separata e delle migliori pratiche regolatorie europee e nazionali adottate in altri servizi e industrie a rete».
Si conferma che il controllo della nuova rete unica dovrà essere affidato a terzi. Con l’ipotesi sempre più forte che si tratti di un controllo pubblico: la Cassa depositi e prestiti resta la prima indiziata nei piani del governo.

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