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«Regole d’ingaggio» per l’incontro Conte-Juncker

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oltre le tensioni

«Regole d’ingaggio» per l’incontro Conte-Juncker

Sabato sera, il primo ministro, Giuseppe Conte, incontrerà il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Si tratta di un incontro che sarebbe stato meglio richiedere quando la trattativa era ancora aperta. Prima cioè che la stessa Commissione si legasse le mani nel giudizio sull’Italia con un’Opinione resa pubblica mercoledì e con un Rapporto che i suoi autori definiscono «più terso e neutrale possibile», ma che in realtà inchioda la trattativa a una modifica radicale della bozza di bilancio del governo.

Conte non ha molti margini per convincere Juncker, ma sarebbe consigliabile che seguisse almeno alcune “regole di ingaggio”.

La prima è di assicurare che il presidente del Consiglio può prendere impegni per l’intero governo, meglio se attraverso dichiarazioni pubbliche dei suoi vice che riconoscano a Conte il pieno mandato politico, anziché rilasciare commenti che a Bruxelles appaiono contrastanti e molto poco cooperativi.

La seconda è quella di assicurare che il colloquio con Juncker servirà davvero e non sarà uno show per i fotografi. Una delle osservazioni scritte nel Rapporto con cui la Commissione ha definito giustificata l’apertura di una procedura per infrazione della regola del debito è che alla prima lettera arrivata da Bruxelles il governo italiano ha risposto scrollando le spalle, senza recepire le osservazioni e senza modificare realmente la bozza di bilancio. Se si vuole il dialogo, bisogna anche essere pronti a cambiare posizione.

La terza regola di ingaggio è che sarebbe controproducente se il presidente del Consiglio si presentasse a Bruxelles per “spiegare” le generiche intenzioni retrostanti alla manovra di bilancio. Nessuno infatti può contestare le scelte politiche di un governo, in particolare quella di lottare contro la povertà, che era stata sollecitata proprio dalla Commissione nelle raccomandazioni di luglio. Tuttavia, fa parte del compito della Commissione valutare realisticamente la compatibilità finanziaria di tutte le misure. Le venti pagine del documento pubblicato mercoledì sono esplicite nel dimostrare che tali compatibilità non ci sono.

La quarta regola è di essere più concreto possibile. Se si vuole difendere il reddito di cittadinanza, bisogna anche osservare che il successo dipende dal funzionamento della macchina amministrativa. Per fare un esempio, ogni anno in Germania l’Agenzia del Lavoro invia un milione di sanzioni ai percettori di assegni di sostegno (Hartz IV). Le verifiche sono così capillari (addirittura persecutorie) che uno su sei incorre in una violazione dei requisiti. Se il reddito di cittadinanza deve funzionare, prima si predispone la capacità amministrativa e poi lo si introduce, non viceversa.

La quinta regola è di non ripetere gli argomenti già presentati nelle risposte scritte inviate, a cominciare dalla diversa stima del reddito potenziale italiano. Ancor più importante è evitare di avanzare proposte prive di qualsiasi possibilità di recepimento, come quella del ministro degli Affari europei per la riforma dell’euro-area.

La sesta regola è concentrarsi sull’obiettivo ultimo che per la Commissione resta la stabilità finanziaria italiana di medio termine. Questo significa che la spesa pensionistica non può andare fuori controllo. Si può cambiare la riforma Fornero, ma non i saldi. Questo è l’unico sacrificio negoziale che può davvero modificare l’intera trattativa con Bruxelles.

La settima regola è quella di non insistere con la questione che l’Italia ha accumulato da 20 anni surplus primari doppi rispetto alla Germania. Il problema non sono gli attivi di bilancio, per altro necessari, ma i differenziali di crescita e quelli dei tassi di interesse rispetto a tutti gli altri Paesi.

Se queste sono le regole di ingaggio minime, il presidente del Consiglio ha anche la possibilità di provare a giocare a suo vantaggio una situazione che sembra disperata. Il modo per farlo è di avviare una trattativa con la Commissione e richiedere che, a fronte di una nuova bozza di bilancio più sensata e più attenta allo sviluppo del debito pubblico, i partner ricomincino a trattare la riforma dell’euro-area sulla base della proposta proprio della Commissione europea del dicembre scorso. Quelle ambiziose proposte avrebbero dato all’euro-area più personalità politica e risorse importanti a favore dei Paesi come l’Italia, le cui economie faticano a convergere con gli altri e patiscono differenziali di crescita, di interessi, e di solidità bancaria.

Quelle proposte sono state erose pezzo dopo pezzo dal negoziato tra i governi e in particolare dal sospetto nutrito dai Paesi della cosiddetta area anseatica, guidati da Olanda e Finlandia, anche a seguito delle spericolate dichiarazioni euroscettiche del nuovo governo italiano. Ora le proposte, che tra poche settimane saranno discusse dai capi di Stato e di governo, sono diventate addirittura pericolose per l’Italia. Si discute di meccanismi automatici di ristrutturazione del debito pubblico; di una riforma del Meccanismo europeo di Stabilità che lo renderebbe inefficace in caso di crisi; e di un rinvio all’infinito del sistema di assicurazione comune dei depositi bancari.

Queste posizioni danneggiano il futuro dell’euro-area e in conseguenza di ciò alimentano quei dubbi che proprio l’Italia paga attraverso un differenziale dei tassi più alto degli altri Paesi. Conte può chiedere alla Commissione di difendere le proprie stesse proposte, ma può farlo solo dimostrando che il rischio paventato dagli altri Paesi - il default italiano - verrà scongiurato con politiche economiche concrete e ragionevoli.

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