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Il budget dell’Eurozona e gli interessi dell’Italia

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RIFORME in arrivo

Il budget dell’Eurozona e gli interessi dell’Italia

Nonostante i dubbi (sulla opportunità di uno scontro frontale con l’Europa) manifestati da alcuni esponenti del governo italiano, i capi politici di quest’ultimo continuano a fare la faccia feroce con Bruxelles. Matteo Salvini considera le raccomandazioni della Commissione europea niente più che «letterine di Babbo Natale», Luigi Di Maio le considera niente meno che una ricetta «per continuare la macelleria sociale in Italia».

Stiamo assistendo alla replica linguistica della campagna che condusse (nel 2016) al referendum sulla Brexit. Anche allora c’erano leader (come Nigel Farage o Boris Johnson) divenuti popolari per la loro capacità di mobilitare il disprezzo nei confronti dell’Unione europea (Ue), disprezzo alimentato dalle bugie (non contrastate) sulla «degenerazione tecnocratica di quest'ultima» o «sui soldi che si sarebbero recuperati» uscendo da quest’ultima.

Conosciamo il risultato di quelle bugie: un Regno Unito economicamente più povero e politicamente più insicuro. Tant’è che l’accordo di divorzio tra quel Paese e la Ue, che viene oggi discusso nel Consiglio europeo dei capi di governo, celebra la debolezza britannica e la forza europea. Le bugie hanno le gambe corte, ma possono produrre guasti di lunga durata. I due vice-premier italiani vogliono seguire la strada britannica? Oppure c’è una strada alternativa che l’Italia dovrebbe seguire?

Il presidente francese (Emmanuel Macron) e la cancelliera tedesca (Angela Merkel) hanno indicato quella strada. Il 16 novembre scorso hanno reso pubblica una proposta (“On the architecture of a Eurozone Budget within the framework of the European Union”) che verrà discussa nel Consiglio Europeo del prossimo dicembre.

Si tratta di una proposta importante, anche se con importanti limiti. Vale la pena di discuterla (come ancora non si è fatto).

La proposta franco-tedesca parte dal riconoscimento della specificità dell’Eurozona. I suoi membri, infatti, non possono più disporre (a livello nazionale) degli strumenti monetari e di cambio per promuovere politiche di aggiustamento rispetto al ciclo economico.

Per di più, quei Paesi debbono rispettare criteri molto stringenti nel coordinamento della loro rispettiva politica economica, criteri che non possono accomodare le differenze strutturali tra le loro economie.

Si propone, dunque, di creare un budget dell’Eurozona per contenere le asimmetrie tra le varie economie, avviando «rilevanti investimenti e riforme» così da «favorire la convergenza» tra queste ultime. Tale budget, attraverso il co-finanziamento nazionale, dovrebbe sostenere spese pubbliche per la crescita, cioè «investimenti per riequilibrare pressioni sulle finanze pubbliche nazionali».

La proposta franco-tedesca riconosce lo sdoppiamento che si è ormai realizzato all’interno della Ue, con l’Eurozona che è costretta ad avanzare verso una maggiore integrazione. Come ha ribadito il presidente Macron nel suo discorso al Bundestag tedesco il 19 novembre scorso, «per fare avanzare l'Europa, dobbiamo accettare dei ritmi e dei cerchi differenti» di integrazione. L’ortodossia conservativa (andare avanti tutti insieme) è stata messa in soffitta.

Tuttavia, la proposta franco-tedesca non è priva di limiti. Essa infatti prevede che il budget dell’Eurozona venga finanziato da «entrate che consistono in contributi regolari degli Stati membri dell’Eurozona, da essi raccolti e quindi trasferiti nel budget Ue sulla base di un accordo intergovernativo». È vero che poco prima viene sostenuto che quel budget possa essere finanziato anche «da entrate esterne, possibilmente includenti tasse specifiche (come la tassa per le transazioni finanziarie, secondo il modello francese)». Nondimeno, la struttura del budget dell’Eurozona continua ad essere dipendente dagli Stati membri, che dovranno trasferire ad esso risorse finanziarie seppure entro «un limite massimo».

Ed è qui il tallone di Achille della proposta. Fino a quando il budget dell’Eurozona non deriverà da autentiche risorse proprie, sarà difficile autonomizzarlo dalle pressioni dei Paesi che contribuiscono ad esso. Un budget indipendente stimolerebbe una più razionale distribuzione delle responsabilità di spesa tra il livello nazionale e quello europeo. Ma soprattutto, costituirebbe la condizione necessaria per democratizzare il governo dell’Eurozona (rovesciando il motto della rivoluzione americana, si può dire che non vi è potere politico senza potere fiscale, ovvero che non c’è representation senza taxation). Allo stesso tempo, però, le responsabilità nazionali non debbono essere cancellate. È bene, dunque, che la proposta franco-tedesca metta in chiaro che il budget dell’Eurozona non può essere utilizzato per sostenere i Paesi che non rispettano le regole fiscali dell'Eurozona.

Insomma, non c’è (neppure) una ragione che l’Italia debba seguire la strada britannica. E non c’è (neppure) una ragione che l’Italia debba assecondare il difensivismo dei Paesi del nord (per non parlare del sovranismo opportunista dei Paesi dell’est). I nostri interessi, e i valori che abbiamo derivato dalla nostra storia, ci spingono invece ad entrare in un dialogo serrato con la proposta franco-tedesca.

È evidente che quest’ultima pone vincoli alle nostre manovre finanziarie. Perché non accettiamo quei vincoli, chiedendo in cambio che l’Eurozona si apra finalmente alla possibilità di dotarsi di risorse proprie? Se i nostri di leader di governo sostituissero le battute beffarde o le accuse insensate con le valutazioni strategiche, forse scoprirebbero che i nostri interessi convergono verso la riforma di Bruxelles piuttosto che verso la sua distruzione.

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