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Violenza sulle donne, ecco il Ddl per accelerare i tempi della giustizia

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oggi in consiglio dei ministri

Violenza sulle donne, ecco il Ddl per accelerare i tempi della giustizia

Fare prima. Prima che gli uomini uccidano le donne che dicono di amare, prima che arrivino a vendicarsi persino con i loro stessi figli. Il disegno di legge che approda oggi in Consiglio dei ministri punta a questo obiettivo. Con cinque articoli che modificano il Codice di procedura penale accomunati da un’esigenza, sintetizzata così nella relazione illustrativa: «Evitare che eventuali stasi, nell’acquisizione e nell’iscrizione delle notizie di reato o nello svolgimento delle indagini preliminari, possano pregiudicare la tempestività di interventi, cautelari o di prevenzione, a tutela della vittima di reati di maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e di lesioni aggravate in quanto commesse in contesti familiari o nell’ambito di relazioni di convivenza».

È il “codice rosso” di cui hanno parlato i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, la «svolta» annunciata dal premier Giuseppe Conte. Messa a punto dai ministri della Giustizia, Alfonso Bonafede, e della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, che si è ispirata al lavoro portato avanti con Michelle Hunziker nell’associazione “Doppia difesa”. Da qui un provvedimento centrato esclusivamente sui tempi della giustizia. Mentre il sottosegretario alle Pari Opportunità, Vincenzo Spadafora, lavora per implementare il Piano antiviolenza 2017-2020, mettendo sul piatto per il 2019 33 milioni di euro, e studia incentivi per istituire in tutte le Regioni strutture di accoglienza per il pronto intervento, con un primo supporto legale.

Il Ddl contenente «Disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere» prevede innanzitutto una modifica dell’articolo 347 Cpp, che estende ai delitti di maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e lesioni aggravate in quanto commesse in famiglia o tra conviventi l’obbligo della polizia giudiziaria di riferire immediatamente, anche in forma orale, al pubblico ministero le notizie di reato acquisite. Senza alcuna possibilità di valutare la sussistenza o meno di ragioni d’urgenza. L’obiettivo è garantire l’immediata instaurazione del procedimento e l’adozione tempestiva di provvedimenti protettivi o di non avvicinamento.

Sempre nell’ottica di accelerare i tempi, l’articolo 2 dispone che per gli stessi reati il Pm dovrà procedere all’assunzione entro tre giorni dall’iscrizione del procedimento di sommarie informazioni sulla vittima . Che dovrà essere audita senza ritardo, sempre che non sussistano esigenze di tutela della riservatezza delle indagini che ne giustifichino il rinvio.

L’articolo 3 del provvedimento integra invece l’articolo 370 del Codice di procedura penale imponendo alla polizia giudiziaria un canale preferenziale nella trattazione delle indagini delegate dal Pm che riguardino i reati nel mirino. Non soltanto dovrà procedere subito al compimento degli atti delegati, ma dovrà anche altrettanto velocemente documentare e mettere a disposizione dell’autorità giudiziaria i risultati ottenuti.

Con il penultimo articolo Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e corpo di Polizia penitenziaria sono obbligati ad attivare entro 12 mesi corsi di formazione ad hoc, a frequenza obbligatoria, per il personale «che esercita funzioni di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria» e per gli agenti impegnati nelle carceri con gli uomini che si macchiano di reati contro le donne. A vegliare sull’omogeneità della formazione sarà, con funzioni di coordinamento, la Scuola nazionale della Pubblica amministrazione. Un decreto del ministro della Pa, di concerto con i ministri di Interno, Giustizia e Difesa, definirà la durata, i contenuti e le modalità di svolgimento dei corsi.

Nessun nuovo onere per la finanza pubblica dovrà derivare dal Ddl, come specifica l’articolo 5. Si tratta, spiega la relazione tecnica, di «modifiche normative volte a dare luogo a interventi di carattere prettamente procedimentale, attuabili nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente».

Basterà? Le migliaia di donne scese in piazza sabato scorso a Roma per la manifestazione Non una di meno hanno protestato anche contro la maggioranza M5S-Lega. Contro il Ddl del senatore leghista Pillon sull’affido condiviso e la genitorialità perfetta, ritenuto anche da molti giuristi un provvedimento “punitivo” nei confronti delle donne. In molti e in molte sono convinti che davanti ai «numeri da brividi» (parole di Di Maio) che la cronaca ci consegna - un femminicidio ogni tre giorni, e in un caso su due da parte di un uomo già denunciato - non sono sufficienti misure di tipo securitario. Come le agenzie Onu non si stancano di ripetere, la lotta alla violenza sulle donne necessita di un approccio globale, che coinvolga tutti gli attori coinvolti, dai magistrati alle forze dell’ordine, dagli operatori sanitari ai centri antiviolenza (e ai centri per uomini maltrattanti), dalle scuole alle famiglie. Uno sforzo culturale integrato, che contenga la battaglia contro sessismo, discriminazioni e stereotipi di genere. Un investimento in tutte le direzioni.

GUARDA IL VIDEO - Donne in piazza contro il Ddl Pillon sull’affido condiviso

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