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Fine della vocazione maggioritaria? Solo Minniti la difende

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L'Analisi|Il Pd e il dibattito congressuale

Fine della vocazione maggioritaria? Solo Minniti la difende

L’unico a tenere alto il vessillo dell’originaria vocazione maggioritaria del Pd sembra essere Marco Minniti, appoggiato dai renziani e da molti sindaci e amministratori locali (Ansa)
L’unico a tenere alto il vessillo dell’originaria vocazione maggioritaria del Pd sembra essere Marco Minniti, appoggiato dai renziani e da molti sindaci e amministratori locali (Ansa)

Articolo 3, comma 1: «Il segretario nazionale rappresenta il partito, ne esprime l’indirizzo politico sulla base della piattaforma approvata al momento della sua elezione ed è proposto dal partito come candidato all’incarico di presidente del Consiglio dei ministri». Articolo 18, comma 8: «Qualora il Partito democratico aderisca a primarie di coalizione per la carica di presidente del Consiglio dei ministri è ammessa, tra gli iscritti del Partito democratico, la sola candidatura del Segretario nazionale».

La coincidenza delle figure di segretario del partito e di candidato alla carica di presidente del Consiglio è iscritta con estrema chiarezza nell’atto fondativo del Partito democratico: lo statuto. Era il 2007, a capo del neonato partito c’era Walter Veltroni e intorno c’era un’altra Italia, con due poli di centro-destra e centro-sinistra contrapposti che ormai si alternavano al governo dal 1994 e con il terzo incomodo, il M5s, ancora nell’incubatrice della storia. La leadership piena derivante dalla coincidenza delle due figure, leader del partito e candidato premier, erano nella visione veltroniana l’incarnazione della vocazione maggioritaria del “suo” Pd: un partito di centrosinistra, senza trattino, che ambiva a parlare a tutto il Paese senza delegare a sinistra o al centro la rappresentanza di particolari interessi sociali.

Un partito che poteva anche coalizzarsi con altri partiti (nel 2008 il leader e candidato premier Veltroni rifiutò di stringersi in coalizione con la Sinistra arcobaleno, ossia Rifondazione comunista e similari, ma strinse alleanza con l’Italia dei valori di Di Pietro), ma da una posizione talmente di forza da rendere scontata la scelta del candidato premier comune: il leader del Pd, appunto.

A più di dieci anni di distanza, dopo l’affermazione del “terzo polo” costituito dal partito anti-partiti - il M5s - e dopo la sconfitta al referendum costituzionale del 4 marzo 2016, il quadro è drammaticamente diverso per il Pd. La legge elettorale venuta fuori dal Parlamento dopo due bocciature della Corte costituzionale (la prima nel 2014 contro il Porcellum, la seconda del 2017 contro l’Italicum) è prevalentemente proporzionale e il Pd ha visto nel frattempo dimezzare la sua forza elettorale: dal 34% del 2008 e dal 41% del 2014 (in entrambe le tornate elettorali i voti reali furono all’incirca 12 milioni) si è fermato lo scorso 4 marzo poco sopra il 18% dei consensi (6 milioni) passando per il 25% del 2013, quando il M5s è apparso prepotentemente sulla scena politica nazionale conquistando subito una percentuale analoga a quella del Pd.

La domanda che ora dirigenti e candidati alla segreteria del Pd dopo l’era Renzi si fanno è semplice: con questi numeri ha ancora senso parlare di vocazione maggioritaria? E ha ancora senso eleggere tramite primarie aperte non solo il segretario del partito ma anche, nella stessa persona, il candidato premier alle elezioni politiche? Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, appoggiato da dirigenti di peso come l’ex premier Paolo Gentiloni e l’ex ministro Dario Franceschini, pensa che non abbia più senso. Pensa che il Pd debba lavorare a una nuova coalizione progressista e che i due ruoli, quello di segretario e di candidato premier, vadano separati proprio perché il candidato premier andrà scelto in accordo con i futuri alleati. Al fondo c’è la presa d’atto di un Pd rimpicciolito, quantomeno nei numeri, rispetto alle ambizioni veltroniane delle origini.

Favorevoli alla separazione dei ruoli di segretario del partito e di candidato premier sono anche altri due “big” fin qui candidatisi alla segreteria: il segretario uscente Maurizio Martina, appoggiato dal capogruppo del Pd alla Camera Graziano Delrio e dal presidente del partito Matteo Orfini, e Francesco Boccia, in “quota” Michele Emiliano. «È una questione che i fatti politici hanno già determinato nella realtà», dice Martina alludendo al nuovo quadro proporzionale e al dato di fatto che il premier ormai si decide davvero solo dopo le elezioni.

L’unico a tenere alto il vessillo dell’originaria vocazione maggioritaria del Pd sembra dunque essere Marco Minniti, appoggiato dai renziani e da molti sindaci e amministratori locali. Rinunciare alla coincidenza dei ruoli significa nell’ottica dell’ex responsabile del Viminale e dei suoi sostenitori rinunciare all’ambizione del Pd di tornare a parlare a tutto il Paese. Né va sottovalutata - per i sostenitori di Minniti - una possibile conseguenza importante della eventuale separazione dei ruoli: se bisogna eleggere solo il segretario di un partito della coalizione progressista e non il candidato premier le primarie aperte agli elettori sono inutili, eccessive. Basterebbe a quel punto far decidere agli iscritti, come si faceva nella Prima repubblica.

Come si vede dietro una questione che sembra di lana caprina c’è molto di più: la visione politica, le alleanze, la natura stessa di un partito nato a vocazione maggioritaria e con la novità dei gazebo aperti agli elettori. Già, le alleanze. È chiaro che un Pd che si fermi attorno al 20 o anche al 25% non può pensare di governare da solo in un sistema prevalentamente proporzionale come quello attuale, ma come ha recentemente notato Gentiloni gli alleati al momento non esistono: sono anch’essi da inventare. Il punto è che, dopo sei mesi di prova di governo giallo-verde con l’evidente spostamento a destra dell’asse politico, nessuno tra i dem osa più evocare una possibile futura alleanza con il M5s. Ma in fondo è sempre lì che si guarda in prospettiva, come ammette Boccia: «Siamo in un sistema proporzionale e con qualcuno ci dobbiamo pur alleare, e certo io non mi alleo con il lepenista e sovranista Matteo Salvini».

Zingaretti parla esplicitamente di recuperare i voti del centrosinistra persi in favore del M5s, in una sorta di dialogo con gli elettori e non con i dirigenti del Movimento. Ma al fondo di queste posizioni c’è ancora - ci pare - il progetto di disarticolare l’alleanza di governo tra il M5s e la Lega puntando al dialogo futuro con un M5s rinnovato nella leadership e possibilmente depotenziato.

Minniti e i renziani giocano invece sullo schema opposto, convinti che oramai l’elettorato sia molto volatile e che il 18% non sia una condanna a vita: l’ambizione è quella di rivolgersi, complice la crisi di Forza Italia, a quel 40% di elettori prevalentemente moderati che non si riconoscono nel governo giallo-verde e nelle sue fin qui deludenti prove di governo. E in questo schema di gioco, che punta anche a recuperare i voti del Pd che sembrano essere migrati verso la Lega (ormai primo partito nella “rossa” Emilia Romagna), un leader pieno e non dimezzato nei ruoli è fondamentale per fronteggiare il “capitano” Salvini. La domanda che circola da questa parte del Pd è semmai un’altra: il «brand» del partito è ancora vitale per conquistare il vasto campo dei moderati del Paese o serve qualcosa di nuovo? Ma questo è un altro capitolo. Forse il successivo.

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