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Money transfer, la tassa dell’1,5% colpirà 4,2…

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transazioni finanziarie

Money transfer, la tassa dell’1,5% colpirà 4,2 miliardi di «rimesse»

Un aiuto decisivo ai parenti rimasti in Patria, specialmente per coprire le spese di istruzione come sottolineato di recente dal Global education monitoring 2019 dell’Unesco. Oppure un canale di finanziamento delle attività illecite, fino a lambire le associazioni mafiose estere e il terrorismo internazionale. Sono i due antipodi tra cui oscillano le rimesse verso l’estero degli immigrati residenti in Italia. Tornate improvvisamente d’attualità dopo l’introduzione nel decreto fiscale di un’imposta dell’1,5% sulle transazioni finanziarie superiori a 10 euro effettuate tramite i money transfer verso i paesi extra-Ue. Tra le proteste degli operatori che, dietro la nuova tassa, vedono il rischio di una nuova spinta al sommerso come accaduto dopo un intervento analogo del governo Berlusconi nel 2011 poi eliminato da Monti. In un settore su cui peraltro anche la Guardia di finanza ha di recente acceso un faro.

La stretta nel decreto fiscale
Dalla tassa dell’1,5% il governo conta di incassare 63 milioni da utilizzare per coprire la detassazione sulle sigarette elettroniche. Il dato è contenuto nella relazione tecnica all’emendamento approvato al Senato, da cui emerge che il calcolo è stato fatto su una massa “imponibile” di 4,2 miliardi. A questa cifra si arriva depurando i 5 miliardi di rimesse verso l’estero censite da Bankitalia dai movimenti che riguardano i Paesi europei. La novità non piace al Money transfer working group (Mtwg) che in un paper rivede al ribasso le stime a 12-15 milioni, considerate anche le minori imposte sui guadagni che saranno versate dagli agenti del settore.

Il sistema dello «smurfing»
L’attività di trasferimento internazionale di fondi viene monitorata da tempo dalle Fiamme gialle. A volte a ricevere il capitale è sempre lo stesso soggetto o un’unica organizzazione che può essere criminale, ma anche terroristica. Il network del riciclaggio può celarsi dietro il metodo dello «smurfing», ossia il frazionamento della somma che si intende inviare con numerose operazioni sotto soglia dei 1.000 euro (articolo 49 comma 2, del Dlgs 231/2007), in modo da aggirare la normativa antiriciclaggio.
Così facendo i money transfer rischiano di diventare inconsapevolmente una «lavanderia» di denaro sporco della criminalità organizzata. Questo tipo di circuito finanziario, infatti, è strutturato su vari livelli, tali da rendere più difficoltoso il monitoraggio. Quelli che più di frequente finiscono sotto accertamenti sono gli ultimi anelli della catena: punti vendita gestiti da agenti che operano su mandato di istituti di pagamento nazionali o comunitari.

Mafia e riciclaggio
Si stima - sulla base delle principali operazioni concluse dalla Guardia di finanza nel periodo 1° gennaio-30 giugno 2018 – che attraverso il Money transfer siano stati movimentati illecitamente circa 280 milioni di euro. Un valore irrisorio, comunque, rispetto ai 5 miliardi censiti da Bankitalia. Questo divario dipende anche dal fatto che l’accertamento dei reati non è agevole e, a volte, neanche le segnalazioni per operazioni sospette che consentono di far partire le indagini.
Negli anni, però, le inchieste giudiziarie hanno individuato flussi miliardari verso l’estero attraverso questo canale. Lazio, Toscana e Lombardia restano le Regioni con il più alto numero di rimesse in Italia. I rapporti d’intelligence, in particolare, annotano un’operatività rilevante della mafia cinese sul fronte del riciclaggio attraverso i Money transfer. Ed è anche grazie agli accertamenti sempre più stringenti delle forze dell’ordine che si è verificata una flessione del 70% delle rimesse verso la Cina. I casi a sostegno di questa ipotesi sono molti: un’indagine della Procura fiorentina aveva in passato fatto luce su trasferimenti dall’Italia verso la Cina per 4 miliardi di euro, coinvolgendo anche la stessa Bank of China per la mancata segnalazione.
Nel 2018, invece, la Gdf di Catania ha ricostruito un giro di segnalazioni per operazioni sospette, tracciando trasferimenti in Cina per 220 milioni di euro. A Napoli, infine, sono state scovate 33.695 diverse operazioni di “smurfing”, per un ammontare complessivo di 55 milioni di euro inviati sempre nella Repubblica Popolare Cinese.

I TRASFERIMENTI DI DENARO ALL’ESTERO
Fonti: elaborazione su dati Banca d'Italia; Money Transfer Working Group in Italy

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