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Di Maio sotto assedio, dal padre alla Tav. Tutti i tormenti del M5S

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la difesa a porta a porta

Di Maio sotto assedio, dal padre alla Tav. Tutti i tormenti del M5S

Mentre la trattativa con l’Europa (con annesse le eventuali retromarce sul deficit e sulle misure bandiera) viene consegnata dai due vicepremier al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il momento più difficile lo vive Luigi Di Maio, che stasera affiderà a Porta a Porta la sua difesa. E con lui soffre l’intero Movimento Cinque Stelle. Che a sei mesi dal decollo del Governo gialloverde arranca, incalzato dalla Lega, e prova a reagire facendo quadrato attorno al suo leader.

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La vicenda del padre, Antonio Di Maio, della sua società, dei lavoratori in nero e dei manufatti abusivi sui terreni di Mariglianella è stata affrontata finora lasciando assumere a Di Maio senior tutte le responsabilità, nonostante il vicepremier abbia assunto dal 2012 il 50% della proprietà della Ardima Srl, che ha sostituito la vecchia Ardima Costruzioni intestata a sua madre. Il video pubblicato ieri su Facebook lo conferma. In un’intervista al Fatto, stamane, Di Maio è stato netto: «L’attività imprenditoriale della Srl è cessata da oltre un anno e oggi la stessa verrà posta in liquidazione. Poiché ho già dichiarato di non essermi mai occupato di fatti di gestione, di essere stato operaio della ditta di mia madre per soli 4 mesi, e di aver aperto il cancello del deposito di mio padre qualche volta e niente più, non potendomi ora occupare del controllo di legalità e della revisione contabile postumi delle aziende di famiglia, io direi di finirla qui perché devo occuparmi dei problemi del Paese».

Dal Movimento è partita subito la difesa del suo capo politico. A partire da Alessandro Di Battista, che dal Guatemala ha dettato la linea, confermando piena fiducia a Di Maio e attaccando Renzi e Boschi con parole durissime. Con un Esecutivo formato da fedelissimi del vicepremier, scelti per ricoprire tutti i posti chiave, non c’era da attendersi una presa di posizione diversa. Ancheil presidente della Camera Roberto Fico, punto di riferimento dei pentastellati più critici verso l’alleanza con la Lega, ha difeso Di Maio: «Voglio esprimergli la mia solidarietà, contro di lui solo fango incredibile».

Sembrano lontanissimi i tempi in cui il leader M5S attaccava in decine di post sui social network i padri di Renzi e di Boschi per «aver mentito sugli affari di famiglia». Sotto assedio adesso si sente lui. Ma non solo per la questione del padre. Già quando invitava i suoi a mostrare la «compattezza della testuggine romana», i toni erano quelli di chi vede all’opera un gran numero di nemici. Era un avviso agli sparuti gruppi di dissidenti o comunque ostili ai provvedimenti targati Lega, come il decreto sicurezza. Ma non solo.

Il M5S sa che indebolire adesso il suo capo politico significa avvantaggiare ancora di più il leader del Carroccio. Salvini in sei mesi ha ribaltato i rapporti di forza nel Governo: si era partiti con il 32% conquistato dai pentastellati alle elezioni del 4 marzo contro il 17% della Lega. Oggi i sondaggi danno il Carroccio sopra il 30% (le indagini Swg per il Tg La7 di Mentana segnano un 32%) e il Movimento al 27,3%, in recupero rispetto al 26% di una settimana fa.

Ma ciò che più preoccupa è la distanza tra quanto la Lega è riuscita a incassare subito con relativa facilità - la linea dura sui migranti, il Dl sicurezza, lo stop al Global Compact, il “sì” al gasdotto Tap - e quanto i Cinque Stelle stentano a ottenere. Scontentando tutti: il nucleo storico degli attivisti duri e puri contro le grandi opere come gli elettori pugliesi contrari alla soluzione raggiunta per Ilva, ma anche quella parte di nuovi consensi arrivati nella convinzione che al Governo il M5S avrebbe rinunciato ai tratti antisistema più virulenti.

Il malessere del Nord, in questo senso, è esemplare. E rischioso per chi ha deciso di assumere l’incarico di ministro dello Sviluppo economico. La Torino produttiva dei “sì Tav” che prima scende in piazza e si prepara a incontrare il premier Conte (domani l’incontro a Palazzo Chigi) ha quasi esaurito l’apertura di credito nei confronti del M5S dimostrata nel 2016 ai tempi dell’elezione della sindaca Chiara Appendino. Sull’Alta velocità Torino-Lione il Movimento prende tempo, grazie alla “coperta” dell’analisi costi-benefici affidata agli esperti nominati dal ministro Toninelli. Ma fino a quando si potrà attendere? Intanto si darà il via libera al Terzo Valico, altra grande opera che in campagna elettorale i Cinque Stelle avevano classificato come «inutile», dunque da abolire. Altro dietrofront che andrà fatto digerire alla base.

Il M5S si affida alla giustizia, si dirà, per coerenza con lo slogan “onestà, onestà, onestà” che tanta fortuna ha portato. Ma anche qui le incognite non mancano. L’anticorruzione, approdato all’esame della commissione in Senato dopo l’incidente alla Camera sulla norma sul peculato che avrebbe salvato alcuni esponenti di primo piano della Lega, è un disegno di legge, non un decreto. La speranza del M5S è riuscire a vararlo prima che la manovra arrivi a Palazzo Madama, per consentire un rapido ritorno alla Camera per il varo definitivo. Ma il condizionale è d’obbligo. E, in ogni caso, la tanto agognata riforma della prescrizione entrerà in vigore soltanto dal 2020. È stato annunciato nel frattempo il prossimo decollo della riforma della giustizia civile, ma è evidente che si tratta di provvedimenti complessi su cui il Parlamento vorrà dire la sua.

Restano, alla voce “attivo” nel bilancio M5S, il decreto dignità (che finora non sembra però prefigurare svolte in termini di aumento dell’occupazione) e il taglio dei vitalizi, su cui pendono i ricorsi degli ex parlamentari. Ma forse i maggiori vantaggi conseguiti finora giungono dalle nomine: i Cinque Stelle sono riusciti a imporsi sulla Lega nel caso dei vertici di Cassa depositi e prestiti, Ferrovie, Rai (con l’Ad Salini e il direttore del Tg1 Carboni). Hanno invocato che Fincantieri avesse un ruolo nella ricostruzione del ponte di Genova e ottenuto che Autostrade fosse estromessa. Ma, come ieri segnalava l’agenzia Agi, in Transatlantico i pochi parlamentari M5S presenti non nascondevano il momento difficile. Anche perché la vera partita per il consenso, anche in vista delle europee di maggio, dipende dal destino della promessa principe (e storica): il reddito di cittadinanza. Ed è dunque nelle mani di Conte, investito da Di Maio e Salvini del pieno mandato a trattare con l’Ue.

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