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Polpettology: la filosofia della polpetta fra politica, cinema e…

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un cibo universale

Polpettology: la filosofia della polpetta fra politica, cinema e quotidianità

La polpetta è global o glocal? «Tutte e due, ça va sans dire». Parola di due Daniele, Daniela Brancati e Daniela Carlà - la prima celebre giornalista, la seconda dirigente di spicco della Pubblica amministrazione - che insieme hanno scritto “Polpettology”. Storia, filosofia e ricette della polpetta. Teoria e pratica del cibo più amato del mondo. Che con il suo low profile conquista tutti. «Certo non è solenne - scrivono le due autrici - come una lasagna. Non è raffinata come un sartù. Non è seduttiva come i tagliolini al tartufo. Ma è comoda come una pantofola. Familiare come la voce della nonna». Ed è come gli animali domestici: somiglia a chi la fa. È un po’ anarchica, disordinata, caotica.

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Parla al dna degli italiani
È parte delle nostre radici, porta la mente all’infanzia, alla famiglia. Tonda come la Terra, parla al dna degli italiani. In Italia - e non solo - c’è una ricetta per ogni campanile. Un piatto per condividere ciò che c’è quando si aggiunge un posto a tavola. Un cibo per tutte le età e per tutte le stagioni. Anche della politica. Dove spesso si è parlato di “polpette avvelenate”. Come Romano Prodi nella celebre la frase «nel Polo volano polpette avvelenate sotterranee». O nel libro “Onorevoli a tavola” di Silvia Rossi, edito dal Gambero Rosso, dove la polpetta compare fra i piatti preferiti o detestati dai politici. E c’è l’elenco degli avversari a cui avrebbero voluto servire volentieri polpette avvelenate: «A Prodi, per il bene del paese», le avrebbe servite Francesco Cossiga. A Gavino Angius le avrebbe portate Renato Schifani. A Oscar Luigi Scalfaro le avrebbe inviate il leghista Roberto Calderoli.

Un cibo universale
Un cibo universale, che esiste in tutte le parti del mondo. Una parola che si traduce in tutte le lingue, turco e cinese compresi. «Paese che vai, polpetta che trovi», scrivono le due Daniele. Potremmo immaginare un giro del mondo in 80 polpette, sottolineano, ma sarebbe riduttivo.

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Polpette anche nei “Promessi sposi” di Manzoni
Non manca la storia delle polpette, a partire da Apicio, celebre cuoco sotto Augusto e Tiberio, che inventò l’isicia. E cavalcando nei secoli anche nei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni non manca la polpetta, quando Renzo si trova in un’osteria con i suoi testimoni in attesa delle nozze con Lucia. Lì l’oste «prendeva il tegame con le polpette» e le scodellava nel piatto. E si narra - scrivono le due autrici - che «quando la madre Giulia Beccaria gli domandò perché avesse scelto proprio quel piatto, Alessandro Manzoni, buongustaio e buon bevitore, rispose: “Cara mamma, mi avete fatto mangiare fin da bambino tante di quelle polpette, che ho ritenuto giusto farle assaggiare anche ai personaggi del mio romanzo”». Protagonista anche del romanzo di Dino Buzzati che in uno dei racconti di “Notti difficili” narra di una polpetta avvelenata dai nipoti per far fuori il nonno. E anche al cinema “piovono polpette”. Nel mondo dell’animazione come nei film d’autore. Come per esempio nelle “Le fate ignoranti” di Ozpetek.

La riscossa delle polpette
Snobbate per anni, relegate ai pranzi domenicali, oggi si assiste alla ricossa delle polpette: di gran moda per brunch, aperitivi, pranzi eleganti, pic nic, feste di famiglia. Spesso servite in formato Lilliput su cucchiaini di porcellana. Si trovano anche all’Ikea, fra un’acquisto e l’altro. Insomma, non si può resistere. Come succede al ragionier Fantozzi chiuso in clinica per dimagrire, alle prese con la dieta del professor Birkermaier e la piramide di polpette di Bavaria. Nel libro delle due Daniele “Polpettology” c’è una polpetta per ogni occasione.

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