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Trionfa «L’Attila» meno barbaro e più fashion e kolossal…

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la prima alla scala

Trionfa «L’Attila» meno barbaro e più fashion e kolossal mai visto

(Ap)
(Ap)

Trionfa “Attila” alla Scala, con la direzione di Riccardo Chailly e la regia di Davide Livermore. Ed è l’”Attila” meno barbaro e più fashion, più cinematografico e kolossal mai visto. Questo 7 dicembre passerà alla storia per la monumentalità visiva, la drammaticità, l'incalzare degli effetti spettacolari che trasformano il palcoscenico milanese in un contenitore in continua espansione: ponti, lunette di Raffaello che diventano vere, due cavalli mai visti di tanto docili, pareti gigantesche con iscrizioni latine che salgono e scendono, e poi proiezioni, che non si devono chiamare proiezioni perché scavalcano e vanno oltre tutti gli effetti video mai sperimentati. Questa rivisitazione dell'Unno, tradotta e umanizzata da Verdi, fa davvero intorno a sé terra bruciata.

Persino il pubblico per antonomasia distratto del 7 dicembre non può che rimanerne folgorato: vuoi per la miriade di effetti speciali - dalle pareti che si sciolgono ai ponti che si dividono a metà, come a Genova - vuoi perché il basso Ildar Abdrazakov è un protagonista dal sex-appeal da divo del cinema: entra a cavallo, montato con sicurezza (e con discesa da fantino provetto) e conclude struggente, sulla sedia di pelle piroettante, con macchia rossa sulla camicia, sempre impeccabile, all'altezza del cuore.

Conquista e seduce. Ha insuperabile presenza scenica. Dice le parole del canto con profondità e significato. Forse in taluni momenti restituisce l'impressione di un registro grave non così possente, e ad esempio nel concertato finale del primo atto, la sua frase ribelle e fiera stenta a sentirsi, nel gran bailamme. Ma è l'Attila più modello Armani che si possa immaginare, ideale per Milano (e non solo).

Una piacevole sorpresa risulta l'Odabella di Saioa Hernandez, che sfida la doppietta del debutto alla Scala e sull'inaugurazione, in un ruolo da pantera del canto: le sue due Arie escono smaglianti, sicure, con un colore pieno in tutto il registro, affondi compresi. Veste anche bene i costumi di Luca Falaschi, che la trasformano in femme-fatale, scollata e provocante, anche più sexy delle molte comparse nel festino sado-maso (citazioni dalla Cavani, “Portiere di notte”) che fa da sfondo a secondo e terzo atto. Totalmente privo di “physique du role” è invece il tenore Fabio Sartori. Ma non è una novità, anche se la giacca da gita in montagna decisamente lo migliora. Ma la novità è il suo canto smagliante, il timbro netto, purissimo, la sicurezza negli acuti, la bellezza di un senso melodico impeccabile. Forse è lui, Foresto, la voce in assoluto più verdiana e più toccante della serata. Pur se il lirismo gentile dell'ambiguo generale romano, il Baritono Ezio, affidato a George Petean, possiede un debito grado di bellezza, con la Romanza dedicata che lo esalta.

Massiccio e tornito suona il giovane Verdi di Riccardo Chailly. Controcorrente rispetto al piglio irruente, ai contrasti, alla velocità mozzafiato delle consuete cabalette, il suo “Attila” ha da subito un peso che lo ancora a terra: nel Preludio enfatizza le linee scure d'orchestra, negli accompagnamenti certa ripetitività granitica dei disegni ritmici, nello stacco delle sezioni rapide scala prudente la marcia. Inspiegabile la scelta di tenere sempre la buca del suggeritore, a un 7 dicembre, e in uno spettacolo visivamente tanto definito, come un film sui simboli delle dittature nel Novecento. E col Coro dai begli impasti, appassionato, ma non immacolato negli appiombi.

Due piccole osservazioni finali: due interrogativi che lasciamo aperti, dopo una produzione tanto monumentale e ad alto tasso di emotività. Il primo è sul finale dello spettacolo, quando la scena da Berlino nazismo anni Quaranta rimane vuota, caduti i ponti, le pareti, e si potrebbe fare teatro puro, ancora ritorna quel breve filmato della bambina Odabella, con la faccina straziata di fronte alla morte del padre ucciso da Attila. È un frammento che abbiamo già visto. Già ci ha adeguatamente commosso. Non era il caso di ripeterlo, sciupandolo come una didascalia, a giustificare lei che accoltella lui. Via le spiegazioni, troppe non servono. Ad esempio non serve il rosso che inonda tutta la vetrata in scena quando ascoltiamo le fatidiche cinque battute rossiniane aggiunte. Rosso-Rossini è un ammicco spiritoso. Ma in tanta carneficina, nel'”Attila” con più pistole e morti mai visti, sorridere da spettatori riesce difficile.

Mentre sì, possono sorridere felici le casse del Teatro milanese: l'incasso di questo 7 dicembre, con 1888 spettatori in sala, ha raggiunto la bella cifra totale di 2 milioni e 532.701 euro.

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