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Il Ssn raccontato dai protagonisti: il medico di famiglia, il…

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Il Ssn raccontato dai protagonisti: il medico di famiglia, il volontario, lo specializzando

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

Lo psichiatra, l'oncologo, l'infermiera, la specializzanda, l'attivista civica, il volontario del 118, il medico di famiglia. Sono loro i testimonial che il ministero della Salute ha scelto per raccontare un Servizio sanitario nazionale vicino ai cittadini e in cammino. Cittadini e professionisti che hanno spiegato il loro modo di vivere la sanità pubblica in occasione delle celebrazioni del 40° anniversario del Ssn organizzate al ministero della Salute a Roma. Per tutti, al di là dei percorsi individuali l'orgoglio di un'appartenenza comune sottolineata dallo slogan «anch'io sono il Servizio Sanitario nazionale». Ecco le loro testimonianze.

Fabio Bernagozzi, volontario del 118.
«La mia esperienza nel volontariato è iniziata sei anni fa, quando alla fine del liceo, con la scelta della Facoltà di Medicina, si sono aperte le porte della vita adulta. Volevo divenire rapidamente parte attiva della società; questo si scontrava in parte con i numerosi anni di università, che sembravano una montagna altissima da scalare, prima di poter arrivare nel mondo del lavoro. Ho trovato nel volontariato quella via che mi ha permesso un avvicinamento al contesto sanitario, già da tempo di mio grande interesse, In un mondo sempre più proteso ad alzare muri, a escludere gli ultimi, dove conta solo il profitto, e chi lo genera e lo accumula, il volontariato e dunque ogni singolo volontario diventa un fondamentale strumento per guardare al futuro, custodendo i valori di libertà, altruismo e cooperazione. Io lavoro per il 118, e guardo ogni giorno la disperazione, ma anche le risorse generate dalle difficoltà in tutte le persone».

Italo Paolini, medico di medicina generale.
«Da 30 anni faccio il medico di Famiglia nel Piceno, nelle Marche. Arquata del Tronto, il piccolo centro dove sono nato e risiedo, è stata devastata dal sisma del 24 agosto 2016 e dai successivi eventi tellurici, che hanno coinvolto tutto il Centro Italia e che è costata un carissimo prezzo in termini di vite umane. In quel frangente disastroso, sin dalle prime ore dopo il sisma, mi sono trovato a vivere personalmente e affrontare professionalmente situazioni di grande bisogno da parte della popolazione. Ho avuto il privilegio di sentirmi parte di un sistema territoriale capace di reagire con tempestività, in cui ogni parte s'integrava al meglio con le altre per rispondere efficacemente e fornire il giusto sostegno a chi in quei giorni drammatici si sentiva smarrito e aveva bisogno non solo di cure mediche, ma anche di sentirsi accolto e ascoltato. Un sistema, che fino a quel momento avevo anche a volte considerato inefficiente, all'improvviso in quelle condizioni estreme, è stato in grado di dare il meglio di sé. Ecco quindi l'intervento delle strutture mobili di urgenza-emergenza, le eliambulanze, la risposta di tutti gli ospedali, le figure della salute mentale (psicologi-psichiatri), la medicina di famiglia, gli infermieri territoriali e ospedalieri, i direttori di distretto, le direzioni generali, le residenze sanitarie sono riuscite a coordinarsi nella risposta del Servizio sanitario regionale e nazionale. Il territorio ha risposto come forse non riusciamo a immaginare quando le cose vanno bene. Come medico di famiglia ho cercato di fare la mia parte, da subito, in una situazione in cui i miei concittadini avevano perso ogni punto di riferimento».

Anna Rita Cosso, attivista civica.
«Noi donne e uomini d'Italia; noi sani e malati; noi impegnati ogni giorno non solo nella tutela dei singoli pazienti, ma nel garantire il diritto all'accesso ai servizi di prevenzione e cura per ogni persona, in ogni parte d'Italia, nelle città come nelle aree interne, al centro come nelle periferie, noi siamo qui perché sentiamo nostro e condividiamo l'impegno quotidiano di tanti operatori dello Stato e delle amministrazioni locali. E anche oggi, nel nostro ruolo di segnalatori di carenze e disservizi, lo facciamo nella consapevolezza che l'alternativa non sia meno servizio pubblico, ma più servizio pubblico, più prevenzione, più salute. A motivarci e sostenerci è un attivismo civico che è linfa vitale della nostra società, che è cresciuto inesorabilmente in questi 40 anni nell'azione di centinaia di associazioni di malati, di migliaia di organismi e comitati a tutela della salute, di tante organizzazioni che hanno sperimentato e prodotto, la forza riformatrice della cittadinanza attiva».

Paola Arcadi, infermiera.
«I 440.000 infermieri italiani sono ovunque: nelle corsie ospedaliere, sul territorio, nelle case delle persone. Operano in una relazione privilegiata di prossimità con i cittadini che consente loro di coglierne le necessità. E questo perché siamo abituati a mettere insieme competenze tecniche, relazionali ed educative proprie di una funzione di garanzia e di advocacy che oggi è sempre più richiesta dal cittadino che non può essere lasciato solo davanti alla complessità del mutato quadro epidemiologico e di salute-malattia. Un tempo non facile, certo, nel quale noi infermieri viviamo le insidie di un sistema che a volte fatica a sostenersi e di quel peso dell'aiuto non sempre ripagato da un riconoscimento formale e sostanziale. Un sistema che richiede invece un ripensamento dei paradigmi della cura affinché non perda il focus sulla centralità dei bisogni di salute delle persone, ancor prima che dei professionisti e delle Istituzioni. Gli infermieri, da sempre, considerano la salute un tutt'uno, anche se si tratta di un caleidoscopio composto da molteplici dimensioni, innanzitutto quella umana. Il Servizio Sanitario Nazionale ha sempre più bisogno degli infermieri; ha bisogno di noi per l'assistenza, ha bisogno di noi per la nostra competenza in ambito di educazione all'autocura, anch'essa propria della nostra professione».

Nunzia Verde, medico specializzando.
Oggi celebriamo i 40 anni del Sistema Sanitario Nazionale, un grande modello, eppure in Italia esistono ancora forti differenze territoriali tra le varie Regioni. Differenze che non si riflettono solo sul piano sanitario, ma anche quello formativo. Lo specializzando dovrebbe conseguire il titolo di specialista, raggiungendo lo stesso livello di preparazione indipendentemente dal posto in cui si è formato. Ma così non è, perché nonostante la standardizzazione nazionale delle competenze, la formazione specialistica è ancora in gran parte legata alla Regione in cui ci si forma e si lavora. In Italia ogni anno 10mila medici laureati finiscono nel cosiddetto “imbuto formativo” non riescono cioè a entrare le nelle scuole di Specialità e quindi a completare la formazione obbligatoria per entrare nel Ssn. Moltissimi rinunciano e si trasferiscono all'estero dove la loro formazione, spesso, è maggiormente valorizzata che da noi. Altri si accontentano di accettare lavori poco remunerati, magari nel privato, per avere una minima indipendenza economica. Senza poter vedere realizzati i sogni professionali per i quali hanno speso i migliori anni della loro giovinezza.
Alberto Mantovani, oncologo. Oggi sono direttore scientifico di Humanitas, che è parte integrante del nostro Ssn, un vero e proprio miracolo Italiano, di salute e di salute condivisa. Voglio ricordare i dati relativi alla lotta contro il cancro, che illustrano bene questo vero e proprio miracolo Italiano. I pazienti con cancro nel nostro Paese hanno una sopravvivenza superiore alla media europea. Alla radice di questo miracolo italiano c'è proprio il Ssn, la dedizione dei medici, degli infermieri e del personale tutto, c'è la ricerca scientifica sostenuta da soggetti pubblici e privati. Tra gli attori pubblici, il Ministero della Salute, è rimasto l'unico a sostenere la ricerca biomedica. Tra gli attori privati, c'è l'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro e istituzioni come quella cui appartengo, soggetti privati ma al servizio dell'interesse pubblico. I dati ci dicono che dove si fa ricerca si cura meglio. Ebbene il Servizio Sanitario Nazionale è il luogo che ha catalizzato queste interazioni virtuose. Al sud ci si ammala di meno di tumori ma per chi si ammala c'è meno possibilità di sopravvivenza. Lo dicono le statistiche che ogni anno fanno il quadro della situazione (Registri tumori, Aiom ecc). Si tratta di una diseguaglianza di cui dobbiamo farci carico insieme, pubblico e privato al servizio del pubblico. Ancora, in tema di condivisione, mi piace ricordare come persone e istituzioni appartenenti al SSN siano attivamente impegnati in attività di salute globale, in uno spirito di condivisione intrinseco al SSN.

Roberto Mezzina, psichiatra.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità, afferma che «non c'è salute senza salute mentale». Oggi l'Italia sembra ritenere di aver assolto a questa priorità con la chiusura definitiva dei manicomi nel 1999, la chiusura degli ospedali giudiziari (Opg) nel 2017 e l'apertura delle Rems (residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza). E non sembra esserci più spazio per politiche e pratiche che portino a compimento quella grande stagione di riforma avviata con la legge Basaglia. Nonostante ulteriori risoluzioni del Comitato di Bioetica, la contenzione fisica resta pratica comune, pur ledendo i diritti stabiliti dalla Convenzione delle persone con Disabilità delle Nazioni Unite. Di questa pratica il rapporto finale della Commissione parlamentare sullo Stato del Ssn, adottato nel 2013, ha auspicato la fine, insieme con lo sviluppo di Centri di Salute Mentale aperti 24 ore e progetti personalizzati su tutto il territorio nazionale, che a Trieste, modello internazionale per l'OMS, si sono inverati in un sistema a libero accesso, a porte aperte dovunque e con un deciso “no alla contenzione” esteso anche alla medicina generale.

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