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Se la politica fa i conti con la felicità

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Qualità della vita 2108

Se la politica fa i conti con la felicità

Courtesy La Triennale
Courtesy La Triennale

La questione della qualità della vita e del ben-vivere è e resta un tema centrale come testimoniano gli slogan del «partito del Pil» o della «decrescita felice (o infelice)», usati in senso positivo o dispregiativo nei commenti e nelle discussioni che animano il dibattito politico del nostro Paese.

La ricerca scientifica nelle scienze sociali ha fatto negli ultimi decenni importanti passi avanti in materia identificando le diverse dimensioni del benessere (in primis, a fianco di quello economico, salute, istruzione, qualità dei servizi, vita di relazioni, sicurezza) e proponendo molteplici indici compositi. L’analisi dei fattori che determinano la soddisfazione del senso della vita, con migliaia di studi ed evidenze econometriche, ha progressivamente contribuito ad identificare nuove variabili precedentemente trascurate che contribuiscono alla qualità del vivere.

I primi ad essere interessati ad una comprensione approfondita di cosa sia il benessere, assieme ai cittadini, sono i politici che hanno bisogno di elementi per comprendere le ragioni del consenso dei loro elettori, così come le imprese guardano sempre di più alla soddisfazione dei consumatori e non solo al volume delle vendite.

Abbiamo la fortuna di vivere in un Paese che ha preso sul serio il tema costruendo un set di 129 indicatori di «Benessere equo e sostenibile» con i quali l’Istat propone ogni anno una fotografia approfondita dell’Italia. Grazie a una legge votata all’unanimità dal Parlamento, il Governo deve inoltre indicare ogni anno nel Def (il Documento di economia e finanza) l’impatto della manovra finanziaria su una parte di questi indicatori (inizialmente 4, oggi 11).

Non si tratta di una questione oziosa o poco rilevante. Sapere se e come le decisioni in materia di bilancio e di spesa sanitaria impattino ad esempio sull’aspettativa di vita, o quelle sulla conciliazione lavoro-famiglia sul tasso di partecipazione femminile al lavoro, è d’importanza cruciale sia per la qualità della vita che per la creazione di valore economico nel Paese.

L’utilizzo di indicatori di benessere multidimensionale si sta diffondendo rapidamente passando dal fronte macro a quello microeconomico. Dove diventa criterio di selezione per progetti in bandi di amministrazioni pubbliche, sistema di rating sociale ed ambientale per la premialità in gare d’appalto e fattore cruciale per la valutazione del “rischio stakeholder” a cui i fondi d’investimento guardano sempre di più nelle loro scelte di acquisto.

Per questo motivo l’impegno del Sole 24 Ore nella costruzione di classifiche di benessere delle province italiane è uno stimolo ed un contributo fondamentale ad un dibattito che deve continuare a crescere per offrirci punti di vista nuovi ed inediti che ci aiutino ad illuminare sempre meglio la questione e a costruire policy adeguate.

La cosa più difficile da fare è costruire un indicatore sintetico del benessere perché l’operazione impone implicitamente di dare dei pesi a un gran numero di indicatori semplici (nel caso del Sole 24 Ore parliamo di sei domini di benessere ciascuno con 7 indicatori). A questo proposito in letteratura si utilizzano criteri di natura statistica non esenti da limiti, altri fondati sull’opinione degli esperti o della più vasta opinione pubblica attraverso indagini a mezzo intervista.

Per questo motivo c’è chi preferisce parlare di «cruscotti» (insieme di indicatori semplici presentati separatamente uno vicino all’altro così come nel cruscotto di chi guida un’automobile), anche se una scelta del genere diventa molto difficile in termini di esigenze di comunicazione.

Quello che appare arduo (ma possibile matematicamente) corrisponde in realtà ad una difficoltà che avvertiamo anche nelle nostre semplici osservazioni non scientifiche. La prima città della nuova classifica del Sole 24 Ore, Milano, è all’avanguardia per beni e servizi, una città efficiente e dove si lavora con soddisfazione. Il suo primato è giustificato dal grande progresso fatto dalla città negli ultimi tempi grazie anche al traino dell’Expo. Se confrontiamo Milano con l’ultima della graduatoria, Vibo Valentia, scopriamo però che su alcuni dei 42 indicatori la situazione s’inverte ed è la città calabrese ad essere tra le prime (a Vibo Valentia la permanenza turistica è maggiore, i protesti sono molti di meno e gli affitti sono meno cari). Per fare ancora un esempio più semplice, molti italiani sceglierebbero sicuramente Milano come città ideale per lavorare e per la qualità dei servizi, ma preferirebbero forse Reggio Calabria per una passeggiata domenicale sul lungomare dello Stretto.

Quest’esempio per dire che probabilmente, al di là dell’indice sintetico che giornalisticamente è più facile da comunicare, la vera ricchezza di queste classifiche sta nella miriade di particolari e dettagli degli indicatori semplici. E una valorizzazione ulteriore di queste analisi nella possibilità di incrociare le preferenze individuali con le caratteristiche di ben-vivere di ciascun territorio.

Le indagini sulla qualità della vita delle città italiane ci consentono, in altri termini, di stilare una classifica generale, ma ci forniscono anche una grande ricchezza di elementi, utili per capire quale sarebbe il luogo ideale per vivere per ciascuno di noi. Un luogo diverso a seconda delle preferenze e dei pesi che diamo alle diverse dimensioni del ben-vivere.

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