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La Ue e i venti freddi di una possibile crisi nel 2019

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la manovra

La Ue e i venti freddi di una possibile crisi nel 2019

La scelta più saggia del nuovo intervento di bilancio elaborato dal governo è stata l'abbattimento dell'obiettivo di aumento del Pil per il 2019 dall'1,5 all'1 per cento. Non solo perché il bagno di realismo ha permesso di utilizzare le regole europee sull'output gap e di ottenere che una variazione del deficit strutturale pari a zero non fosse considerata un'infrazione.

Ma perché nel mondo i segnali di rallentamento congiunturale si vanno moltiplicando e chiudere gli occhi sulla fragilità della crescita internazionale non è più possibile. Questo 2019 che arriva, anche senza considerare l'orso che è riapparso a Wall Street e la volatilità di tutte le borse nel mondo vede un progressivo indebolimento delle economie asiatiche e soprattutto di quella europea, come segnalano gli indicatori Ocse e come conferma la dinamica dell'indicatore Eurocoin.

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L'ultimo scorcio dell'anno è stato assai difficile anche per l'economia tedesca e c'è chi pensa che quelle stime presentate nell'ultima riunione dell'anno dalla Bce, che parlano di uno sviluppo dell'eurozona pari all'1,7 per cento, siano in realtà un po' ottimistiche.

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Poiché il sistema economico italiano si regge sulle esportazioni, che negli anni scorsi salivano del 6 per cento e l'anno prossimo avranno un incremento compreso fra lo 0 e il 2 per cento, ecco spiegato perché un po' tutti i previsori italiani, non solo Prometeia, si stanno adesso orientando a valutare le possibilità di crescita del nostro Paese nell'anno ormai alle porte intorno allo 0,5 per cento. Osserva Fedele De Novellis, economista di REF-ricerche: «L'area dell'euro decelera e le imprese esportatrici italiane già avvertono il clima peggiorato che si ripercuote sugli ordini. E, dato che negli scorsi anni la crescita italiana si è collocata sempre un punto percentuale al di sotto di quella europea, se oggi io dovessi riassumere in un numero l'aumento del prodotto italiano del 2019 direi 0,5 per cento».

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Se questa è l'aria che tira per il nostro paese - un'aria, diciamolo francamente, di recessione - forse, subito dopo il sospiro di sollievo per aver schivato in extremis i sei anni di dure punizioni europee derivanti da un'eventuale procedura per debito eccessivo, ci si potrebbe chiedere se oggi sia appropriato il mix della politica economica italiana.

Un cocktail già molto sbilanciato sulla spesa corrente e uscito dalla trattativa europea con un taglio degli investimenti pubblici non sembra certo l'antidoto migliore per far fronte ai venti freddi di una possibile crisi.
Anche perché quella crescita già ridotta al lumicino di cui gli esperti ci accreditano per il 2019 potrebbe diventare un bel ricordo nel 2020, se chi sarà al governo tra dieci mesi sarà costretto a varare una manovra pro-ciclica, con un carico di 23 miliardi di clausole Iva da disinnescare.

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